Un'ulteriore svolta scuote il processo d’appello sulla compravendita del Palazzo di Londra. Il promotore di giustizia vaticano, Alessandro Diddi, non ha rispettato il termine perentorio fissato dalla Corte d’Appello per lo scorso 30 giugno. Entro quella data, il magistrato inquirente avrebbe dovuto ridefinire interamente l’impianto accusatorio, specificando i reati ancora contestati ai singoli imputati e le relative prove a supporto.

La decisione dei giudici era arrivata dopo aver constatato che, tra la sentenza di primo grado e le successive evoluzioni procedurali, le accuse originarie si erano pesantemente ridimensionate e non coincidevano più con il quadro attuale. Il mancato adempimento da parte dell'accusa rischia ora di far saltare il calendario processuale e offre un formidabile assist alle difese, che denunciano da tempo la violazione del diritto al pieno contraddittorio.

Le origini del caso: L'investimento di Londra e il primo grado

Per capire come si sia arrivati a questo muro contro muro procedurale, è necessario fare un passo indietro. Al centro del processo c'è la gestione dei fondi della Segreteria di Stato e, in particolare, l'operazione finanziaria legata all'immobile di Sloane Avenue a Londra, costata alle casse vaticane perdite milionarie.

Il procedimento di primo grado, basato su richieste di rinvio a giudizio formulate nel 2021, si era concluso nel dicembre 2023 con la condanna in primo grado del cardinale Angelo Becciu a 5 anni e 6 mesi di reclusione, insieme alle condanne di diversi intermediari e funzionari finanziari (tra cui Raffaele Mincione, Enrico Crasso e Fabrizio Tirabassi).

L'inizio dell'Appello e la guerra sulle carte "segrete"

Con l'apertura del secondo grado di giudizio, il quadro è mutato. Molte delle accuse originarie sono cadute o sono state rimodulate in primo grado; inoltre, dopo le decisioni intervenute nei mesi successivi, il perimetro d'azione dell'accusa si è ridotto.

Le difese degli imputati hanno quindi iniziato a sollevare eccezioni durissime, lamentando l'impossibilità di preparare adeguatamente le strategie difensive poiché l'accusa continuava a fare riferimento formale alle richieste di rinvio a giudizio del 2021.

Il braccio di ferro si è infiammato su due fronti. Il primo è l'ordinanza di marzo: Il 17 marzo scorso, la Corte d’Appello ha ordinato all'Ufficio del promotore di giustizia di depositare la versione integrale di tutti gli atti e i documenti dell'istruttoria. Il secondo il "nodo" Perlasca e il Diritto Canonico: Il 29 aprile, Diddi ha depositato le chat WhatsApp di Genoveffa Ciferri e le videoregistrazioni degli interrogatori del testimone chiave, monsignor Alberto Perlasca. Tuttavia, nei video permanevano vistosi "omissis". L'accusa ha giustificato il mancato deposito integrale di alcuni atti invocando il canone 1598 del Codice di diritto canonico, sostenendo che la loro divulgazione avrebbe arrecato «gravissimi pericoli al bene e all’interesse pubblico».

La svolta di giugno e lo scenario futuro

La Corte d'Appello non ha ritenuto convincenti le giustificazioni di Diddi basate sul diritto canonico e sul pericolo per l'interesse pubblico. I giudici hanno stabilito che non era più possibile procedere senza chiarezza: se il quadro accusatorio era cambiato, l'accusa doveva formalizzarlo chiaramente per garantire il diritto di difesa. Da qui l'ordine, rimasto inevaso, di ridefinire tutto entro il 30 giugno.

Le reazioni delle difese sono state immediate. Gli avvocati Bassi e Intrieri, legali di Fabrizio Tirabassi, hanno commentato ritenendo, come riporta il Messaggero, «apprezzabile lo scrupolo della corte» ma aggiungendo che «è sempre più evidente l’anomalia di un processo dove l’accusa pretende di condannare e scegliere pure l’arma con la quale giustiziare gli imputati senza consentire un’adeguata difesa».

Ora la palla passa nuovamente agli avvocati degli imputati (tra cui quelli del cardinale Becciu, di Crasso, Mincione e Tirabassi), che avranno tempo fino al 31 luglio per esaminare gli atti e formulare osservazioni ed eccezioni. La ripresa del processo in aula è fissata per il 2 settembre, data in cui i giudici dovranno decidere come valutare lo strappo dell'accusa e quali saranno le conseguenze sull'intero procedimento.