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"Nella fucina dell’arte la bontà non conta niente". Con questa spietata ma lucida premessa si apre la superba rilettura di un classico contemporaneo: "Amadeus" di Peter Shaffer, sotto l'impeccabile e sapiente regia di Ferdinando Bruni e Francesco Frongia.
La pièce pluripremiata (portata in scena dalla compagnia del Teatro dell'Elfo, al Teatro Massimo di Cagliari dal 4 all'8 marzo e il 10 marzo al Comunale di Sassari), che a suo tempo ha ispirato anche l'omonimo capolavoro cinematografico da otto premi Oscar diretto da
Miloš Forman, affonda le sue radici nella leggenda, già esplorata da Aleksandr Puškin, del presunto delitto del giovane Wolfgang Amadeus Mozart per mano del più anziano e invidioso Antonio Salieri.
In questa versione teatrale, il dramma di Shaffer si trasforma in un "capriccio allucinato e potente", un sogno sfarzoso che scivola inesorabilmente verso i contorni oscuri di un incubo.
Al centro della scena, un formidabile Ferdinando Bruni veste i panni di Antonio Salieri, muovendosi sul palco come un vero e proprio deus ex-machina che evoca i fantasmi della 'sua' storia. Salieri, compositore affermato, artista raffinato e stimato, vive nella rassicurante convinzione di aver stretto un patto con Dio: devozione in cambio di successo. La sua tragedia interiore e la sua follia esplodono quando scopre che il Creatore ha scelto di manifestare la propria ineffabile voce attraverso un giovane scapestrato, sboccato e irriverente.
A dare volto, corpo e voce al genio salisburghese è Daniele Fedeli. L'attore restituisce al pubblico un Mozart superficiale e infantilmente addolorato, la cui sola esistenza - unita a una creatività inspiegabile - nutre inconsapevolmente l'invidia divorante del rivale.
A supportare i protagonisti, la messinscena è arricchita da un cast corale impeccabile che anima la corte dell'imperatore Giuseppe II: Valeria Andreanò interpreta il ruolo di Constanze, la moglie di Mozart. Matteo de Mojana, Michele Di Giacomo, Alessandro Lussiana, Ginestra Paladino, Umberto Petranca e Luca Toracca si muovono sulla scena prestando il volto a nobili, dignitari di corte e musicisti.
L'allestimento potrebbe essere sintetizzato come "un'estetica settecentesca dal sapore pop": non cerca forzate attualizzazioni, al contrario, immerge il pubblico in un Settecento giocoso e squisitamente pop, paragonato dalla critica alle atmosfere cinematografiche di Sofia Coppola, dove sono i ritmi e i toni a dettare una temperatura spiccatamente contemporanea.
A definire questa linea estetica contribuiscono i sontuosi costumi firmati dallo stilista Antonio Marras, che veste gli interpreti con abiti appartenenti a un Settecento immaginario ma ricchi di inserti moderni.
La pièce non si apre nel pieno splendore della corte viennese, ma inizia in modo molto più cupo a Vienna nel 1823. Troviamo un Antonio Salieri ormai vecchio, dimenticato e prossimo alla morte. È lui che, attraverso una dolorosa confessione e un lungo flashback, ripercorre le vicende tragiche concluse trent'anni prima.
La distruzione di Mozart da parte di Salieri non avviene con attacchi aperti. Inizia invece un lento e meticoloso lavoro di demolizione della carriera del giovane, agendo sempre di nascosto e senza mai esporsi, fino a condurlo all'annientamento e alla morte. Mozart finirà per perire tragicamente proprio sulle note del suo celeberrimo e incompiuto Requiem.
Il vero colpo di genio di Shaffer sta nel finale, che ribalta la leggenda originale. Salieri non ha fisicamente avvelenato Mozart: si rivela un uomo "mediocre anche nella cattiveria" e incapace di spingersi fino a quel punto. Tuttavia, farà di tutto per far credere al mondo di essere stato l'assassino.
Il motivo? Vuole garantirsi l'immortalità, legando per sempre il proprio nome a quello dell'odiato e amatissimo genio.
Lo spettacolo è certamente un apologo sull'invidia, ma indaga anche un sentimento più sottile: l'ammirazione mescolata allo sgomento. È la frustrazione totale di chi, pur possedendo un talento laborioso e prevedibile, si trova faccia a faccia con un genio assoluto e inarrivabile che ne scardina ogni confine.
Il conflitto centrale non è una banale invidia tra colleghi, ma una vera e propria guerra tra Salieri e Dio. Salieri si sente tradito: aveva offerto la sua devozione in cambio del successo, ma scopre che il Creatore ha scelto un "ragazzo scapestrato e irriverente" per far sentire la sua voce sulla terra. Salieri decide quindi di combattere il suo Dio, usando proprio Mozart come campo di battaglia da distruggere.
L'opera, in fondo, mette a nudo la profonda fragilità della condizione umana. Rappresenta la ribellione disperata di un uomo contro una palese ingiustizia e un crudele "scherzo del destino", che ha fatto incrociare le vite di questi due artisti trasformandoli in carnefice e vittima










