PHOTO
Il mito letterario di Ernest Hemingway abbandona le pagine polverose del passato per trasformarsi in una visione teatrale onirica e potente. Con "Il Vecchio e il Marlin", il regista Claudio Morganti e il protagonista Roberto Abbiati hanno portato in scena anche in Sardegna una rilettura di "Il vecchio e il mare" che non è solo una trasposizione, ma un’indagine poetica sulla dignità umana e sul gioco eterno tra preda e predatore.
Lo spettacolo, approdato nei teatri sardi (a Cagliari il 9 marzo, a Nuoro il 12, a Lanusei il 14 e a Carbonia il 15) sotto le insegne del CeDAC, trasforma la solitudine dell'oceano in un palcoscenico dove la lotta per la vita si tinge dei colori del circo.
Protagonista assoluto della scena è Roberto Abbiati, un artista la cui poliedricità rappresenta il vero motore dello spettacolo. Attore, performer, illustratore e musicista, Abbiati non si limita a interpretare il pescatore Santiago; lo trasforma in un "clown pescatore" pieno di grazia e fragilità. La sua carriera è costellata di sfide ambiziose: dalla collaborazione con Peter Ustinov alla Scala fino alle regie cinematografiche di Carlo Mazzacurati. Già noto per aver saputo "rinchiudere" l'immensità di Moby Dick in una tazza di mare, Abbiati conferma qui la sua straordinaria capacità di evocare mondi oceanici attraverso gesti minimi e una fisicità funambolica, rendendo omaggio alla tempra indistruttibile di chi non si arrende alla sfortuna.
Dietro la macchina scenica opera Claudio Morganti, uno dei maestri indiscussi del teatro contemporaneo italiano e Premio Ubu alla carriera. Il suo approccio, basato sulla distinzione fondamentale tra "teatro" e "spettacolo", infonde al lavoro una cifra stilistica unica, dove l'ironia graffiante si mescola a una struggente poesia. Morganti non si limita a dirigere, ma presta la propria voce fuori campo al Marlin stesso: una scelta simbolica potente che trasforma il pesce nel "fratello" dell'uomo e nella voce del mondo che rimbomba nelle nostre teste. La sua regia trasforma la scena nel "Circo H", un luogo dove Hemingway viene riletto attraverso la lente del paradosso e della bellezza.
Sebbene tratto dalla finzione letteraria, lo spettacolo affonda le radici nella "verità" della condizione umana. È la storia di due solitudini — un vecchio marinaio perseguitato dalla sfortuna e un grande pesce pelagico — che si incontrano nel vuoto dell'oceano per darsi battaglia, ma una battaglia che assomiglia a un gioco concordato per sentirsi vivi. Il Marlin e il pescatore si studiano, si interrogano sui rispettivi pensieri e decidono, quasi per compiacere un pubblico invisibile, di essere epici. È un duello di rispetto reciproco che culmina nella cattura della preda, ma che lascia allo spettatore il retrogusto amaro e sublime di un'impresa solitaria in cui, alla fine, resta solo lo scheletro muto di un sogno.
Andare a vedere "Il Vecchio e il Marlin" è un consiglio che nasce dal desiderio di assistere a un "tentativo di migliorare il mondo", come dichiarato dallo stesso Morganti. È uno spettacolo che rifugge la retorica per abbracciare l'incanto di un teatro immaginifico, fatto di suoni (curati da Johannes Schlosser) e visioni che parlano del nostro rapporto ambivalente con la natura. È un'esperienza consigliata a chi cerca nella scena non solo una trama nota, ma uno specchio in cui scorgere quel "clown pieno di dignità" che ogni uomo giusto vede quando guarda se stesso. Un viaggio emozionante che, pur raccontando la crudeltà della lotta, lo fa con la leggerezza di un sussulto d'onda.








