"L’Amore mi ha rinnegato nell’utero di mia madre".

È con questa ferita originaria, con il peso di un rifiuto che precede la nascita stessa, che si apre il sipario sulla nuova, folgorante produzione del Riccardo III di William Shakespeare.

In questa rilettura, prodotta da una cordata di prestigiosi teatri nazionali (CTB Brescia, Genova, Palermo e Roma), che ha debuttato sotto le insegne de La Grande Prosa del CeDAC Sardegna (dal 18 al 22 Marzo al Teatro Massimo di Cagliari e il 23 marzo al Comunale di Sassari), il "villain" per eccellenza del teatro elisabettiano non è solo un usurpatore deforme, ma la manifestazione di un’anomalia dell’anima.

A prestare volto, corpo e una voce di straordinaria intensità al Duca di Gloucester è Maria Paiato, una delle interpreti più raffinate e premiate della scena contemporanea. La sua non è una semplice prova en travesti, ma una scelta drammaturgica precisa, nata dall'intesa con il regista Andrea Chiodi: spostare l’attenzione dalla disabilità fisica alla "testa" e al "cuore" del personaggio.

L’opera, che chiude la tetralogia storica del Bardo dedicata alla Guerra delle Due Rose , racconta la vertiginosa ascesa al trono di un uomo che ha deciso di "provarsi nella parte dell'infame". Riccardo non si limita a eliminare i nemici; egli manipola la realtà attraverso il linguaggio, trascinando la corte e il pubblico in un sistema di valori arcaico e viscerale.

Dalla falsa profezia che conduce alla morte il fratello Clarence, all'efferato assassinio dei due principini nella Torre, fino alla paradossale e mirabile scena della seduzione di Lady Anna, il Riccardo di Paiato si muove come un "genio del male". È un mistificatore capace di assumere l'abito della virtù per nascondere un'ambizione sfrenata.

L'adattamento di Angela Dematté scava profondamente nel rapporto con le figure femminili, le "Grandi Madri" della pièce: la Duchessa di York, che lo rinomina "aborto", e la Regina Margherita, l'unica capace di evocare un mondo ancora più antico e crudele di quello governato dal protagonista. In questo scontro tra leggi umane e divinità arcaiche, la parola di Riccardo finisce per disarticolarsi.

La regia di Chiodi ci interroga: "Un bambino ferito può mai amare e sentirsi amato?"

La risposta arriva nel caos finale della battaglia di Bosworth Field. Dopo una notte tormentata dai fantasmi delle sue vittime, il "mostro" soccombe. Con la sua caduta e l'ascesa della dinastia Tudor, le ombre si diradano e l'ordine ritorna: "il brutto è brutto e il bello è bello".

Lo spettacolo non è solo un appuntamento con il grande teatro classico, ma un’esperienza necessaria per diverse ragioni profonde e attuali.

La "seduzione del male" e la manipolazione, esplorando come il male non sia solo brutale, ma sappia essere affascinante, ironico e capace di usare un linguaggio manipolatorio per ottenere il consenso. In un'epoca di fake news e retorica aggressiva, la capacità di Riccardo di distorcere la realtà per scalare il potere risuona con estrema modernità.

L'origine della violenza: la regia di Andrea Chiodi non si ferma alla superficie della cattiveria, ma scava nelle ferite dell'infanzia, chiedendosi se un "bambino non amato" possa mai imparare ad amare. Questo focus sposta il tema dal mostro storico all'indagine psicologica sulla rabbia e sul desiderio di rivalsa che nasce dal rifiuto.

La riflessione sul potere: lo spettacolo mette a nudo la vacuità della sete di potere quando essa diventa l'unico scopo dell'esistenza, rivelandola come un percorso logorante che porta inevitabilmente alla solitudine e alla morte.

È una pièce che ci interroga su come riconoscere e combattere il male che ci circonda, mostrandoci quanto sia sottile il confine tra l'ambizione e la ferocia.

La scelta di Maria Paiato, infine, per un ruolo maschile permette di spogliare il personaggio dai cliché della deformità fisica per concentrarsi sulla sua "anomalia dell'anima". È una prova d'attrice monumentale che dimostra come il talento possa trascendere le etichette per arrivare all'essenza dell'umano.