Potrebbe arrivare prima, ma entro trenta giorni si conoscerà il verdetto della Corte d’Appello di Cagliari sul ricorso presentato dalla presidente della Regione Sardegna, Alessandra Todde, contro l’ordinanza-ingiunzione di decadenza emessa ai primi di gennaio 2025 dal Collegio di garanzia elettorale, legata a presunte irregolarità nella rendicontazione delle spese elettorali.

L’udienza, durata poco più di un’ora, si è chiusa con la camera di consiglio del collegio presieduto da Emanuela Cugusi, che, dopo aver ascoltato le parti, si è ritirata per decidere. Al centro del confronto anche il tema della cosiddetta "diffida": secondo la difesa della governatrice, la mancata preventiva notifica formale con assegnazione di un termine per adempiere rappresenterebbe un vizio sostanziale del procedimento seguito dal Collegio. I legali di Todde — Giuseppe Macciotta, Priamo Siotto, Benedetto e Stefano Ballero — affiancati dai costituzionalisti Francesco Cardarelli e Gianluigi Pellegrino, hanno sottolineato come la normativa preveda un meccanismo graduale: prima la contestazione e l’invito a regolarizzare, poi solo in caso di inottemperanza l’applicazione delle sanzioni più gravi, tra cui la decadenza.

"Le due sentenze della Corte Costituzionale hanno fatto chiarezza sull’illegittimità dell’estensione del provvedimento del tribunale, quindi dell’allargamento a contestare una fattispecie che il Collegio di Garanzia aveva espressamente escluso dalla contestazione", ha spiegato l’avvocato Giuseppe Macciotta. "La parte dell’ordinanza che parla di decadenza è illegittima perché ha sottratto ai poteri di quell’organo la possibilità di dichiararla". Secondo la difesa, le pronunce costituzionali avrebbero ricondotto la vicenda "nel perimetro di correttezza", escludendo la possibilità di estendere l’ordinanza fino alla dichiarazione di decadenza senza una formale diffida.

Di segno opposto la posizione dell’avvocato e docente universitario Riccardo Fercia, già componente del Collegio di garanzia. Fercia ha sostenuto che "la Corte Costituzionale non ha determinato alcuna ipotesi di cessazione della materia del contendere perché ha semplicemente riformulato la motivazione dell’ordinanza confermandola". Secondo lui, la disciplina applicabile "non imporrebbe necessariamente una diffida quale condizione di legittimità della decadenza" e la riqualificazione giuridica dei fatti spetta al giudice ordinario, senza violare il contraddittorio.

Fercia, pur evitando "profezie" sull’esito del giudizio, ha aggiunto: "Da professore universitario sono scientificamente convinto che la sentenza di primo grado vada confermata".

Ora la parola passa alla Corte d’Appello, chiamata a sciogliere il nodo: confermare la sentenza di primo grado o ribaltarla alla luce delle indicazioni costituzionali. Il caso continua ad avere rilevanti ricadute politiche e istituzionali in Sardegna.