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"Gli Stati Uniti d’America sono in serie trattative con un nuovo regime, più ragionevole, per porre fine alle nostre operazioni militari in Iran. Sono stati compiuti grandi progressi ma, se per qualsiasi motivo non si raggiungerà presto un accordo, cosa che probabilmente avverrà, e se lo Stretto di Hormuz non sarà immediatamente 'aperto al commercio', concluderemo la nostra 'piacevole permanenza' in Iran facendo esplodere e distruggendo completamente tutte le loro centrali elettriche, i pozzi petroliferi e l’isola di Kharg (e forse anche tutti gli impianti di desalinizzazione!), che finora abbiamo volutamente lasciato intatti".
Con questo messaggio pubblicato su Truth, Donald Trump delinea una strategia che tiene insieme negoziato e minaccia militare, mentre la crisi tra Stati Uniti e Iran resta aperta e senza una soluzione immediata. Il presidente americano ha fissato una scadenza precisa: fino al 6 aprile non verranno colpite le infrastrutture energetiche iraniane. Ma oltre quella data, in assenza di un accordo e con lo Stretto di Hormuz ancora bloccato da Teheran, Washington è pronta a passare all’azione. Una prospettiva che renderebbe ancora più esplosivo uno scenario già critico.
Il blocco di Hormuz, infatti, incide su circa il 20% del traffico globale di petrolio, con ripercussioni dirette sui prezzi del greggio e dei carburanti in numerosi Paesi, compresa l’Italia.
Parallelamente al dialogo diplomatico, gli Stati Uniti rafforzano la presenza militare nella regione. Nel Medio Oriente sono stati dispiegati almeno 2.500 Marines con il gruppo anfibio della USS Tripoli, affiancati da circa 1.000 paracadutisti. Forze che potrebbero essere impiegate in operazioni mirate.
Secondo il Wall Street Journal, tra le opzioni allo studio ci sarebbe anche un blitz per sequestrare circa 454 chilogrammi di uranio arricchito iraniano. Teheran disporrebbe infatti di quasi mezza tonnellata di materiale al 60% di arricchimento, a un passo dalla soglia del 90% necessaria per un utilizzo militare. Un quantitativo che, secondo Steve Witkoff, basterebbe per produrre fino a 11 armi nucleari.
Nel mirino della Casa Bianca c’è anche il controllo delle risorse energetiche. Trump lo esplicita senza ambiguità: "Ad essere sincero, la cosa che preferisco è estrarre petrolio dall'Iran, ma alcune persone stupide negli Stati Uniti mi chiedono: 'Perché lo fai?' Ma sono persone stupide", ha dichiarato al Financial Times.
Tra gli obiettivi strategici figura l’isola di Kharg, snodo centrale del sistema petrolifero iraniano. Il presidente non esclude un’operazione diretta: "Forse conquisteremo l'isola di Kharg, forse no. Abbiamo molte opzioni. Significherebbe anche che dovremmo rimanere lì per un po' di tempo", lasciando intendere la possibilità di un impegno militare più lungo rispetto alle previsioni iniziali della Casa Bianca.
Un’eventuale azione sull’isola comporterebbe però rischi elevati. Come evidenziato da CNN, le truppe statunitensi potrebbero essere esposte ad attacchi con droni e missili, una minaccia che, secondo la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt, sarebbe stata ridimensionata: "Le capacità di attacchi con missili e droni sono state ridotte del 90% rispetto all'inizio dell'operazione".
Nonostante ciò, Trump minimizza i pericoli: "Non credo che abbiano alcuna difesa. Potremmo conquistare l'isola molto facilmente". Il quadro resta dunque sospeso tra trattative e possibile escalation, con il conto alla rovescia verso la deadline del 6 aprile che potrebbe segnare una svolta decisiva nel conflitto.








