Per quanto riguarda il terribile caso del femminicidio di Cinzia Pinna, morta a Palau la notte tra il 12 e il 13 settembre del 2025, l'imputato Emanuele Ragnedda avrebbe avuto la "volontà di annientare la vittima". Lo ha ribadito più volte la pubblico ministero Noemi Mancini: cancellare Cinzia Pinna era, secondo la sua tesi, ciò che ha mosso la mano dell'imprenditore di Arzachena, reo confesso dell'omicidio della 33enne di Castelsardo avvenuto con tre colpi di pistola al volto.

Nella seconda udienza apertasi la mattina di oggi, venerdì 17 luglio 2026 davanti alla gup Federica Di Stefano del tribunale di Tempio Pausania, è iniziata la discussione del processo a carico di Ragnedda, 41enne di Arzachena, accusato di omicidio volontario aggravato da crudeltà, motivi abbietti e sevizie, occultamento di cadavere, calunnia e cessione di cocaina.

La pubblico ministero ha chiesto il rinvio a giudizio per l'uomo, presente in aula, ricostruendo la vicenda e quanto emerso dalle indagini scattate una volta trovato il corpo della donna, dodici giorni dopo il suo omicidio, all'interno della sua tenuta di Concaentosa, nelle campagne tra Palau e Arzachena.

Durante la prima udienza tenutasi lo scorso 13 luglio si sono costituiti in giudizio in rappresentanza dei familiari della vittima, ovvero i genitori, la sorella e gli zii, gli avvocati Antonella e Nino Cuccureddu. Parte civile anche Luca Franciosi, presunta vittima di calunnia, rappresentato dagli avvocati Nicoletta e Maurizio Mani. Nella scorsa udienza la gup aveva rigettato la richiesta di accesso alla giustizia riparativa, presentata dai difensori di Ragnedda, Luca Montella e Gabriele Satta.

La giudice valuterà ora le aggravanti, determinando se il processo, in caso di rinvio a giudizio, proseguirà davanti alla Corte d'assise di Sassari con la via ordinaria. Oppure se ci sarà il rito abbreviato, chiesto delle difese, direttamente davanti al gup di Tempio.

Dopo gli interventi della pubblico ministero Noemi Mancini e dei legali delle parti civili, hanno preso la parola i difensori dell'imputato, Luca Montella e Gabriele Satta, che hanno ribadito la tesi della legittima difesa, sostenendo che Ragnedda avrebbe sparato perché si sentiva in pericolo. Richiamando le dichiarazioni del loro assistito, i legali hanno evidenziato che la sua reazione sarebbe nata da una percezione di minaccia e hanno portato all'attenzione della giudice alcuni episodi che, a loro dire, dimostrerebbero comportamenti violenti della vittima, con l'obiettivo di contestare le aggravanti e consentire l'accesso al rito abbreviato.