Il discorso integrale della presidente della regione Alessandra Todde pronunciato oggi in consiglio regionale in occasione della celebrazione de Sa Die de sa Sardigna

“Ogni anno Sa Die ci chiama a fare il punto sul nostro cammino nella storia.

Ogni anno Sa Die ci dà l’occasione, imprescindibile, di fare il punto sul nostro autogoverno. Nel passato, nel presente, nel futuro.

Ogni anno Sa Die ci offre l’opportunità, da cogliere e praticare al meglio, per creare legami, reti, cooperazioni che ci possono rendere più forti nel panorama mediterraneo, europeo, internazionale.

È da questo ultimo aspetto che voglio ripartire quest’oggi. E lo voglio fare ringraziando di cuore i rappresentanti delle isole che sono qui presenti in aula per festeggiare con noi Sa Die de sa Sardigna.

Così pure voglio ringraziare i tanti governi insulari che non sono potuti essere qui – anche a causa della complessità dei tempi che viviamo e delle responsabilità che ciascuno deve esercitare per la propria gente – ma che hanno mandato i loro auguri sinceri e la loro vicinanza al popolo sardo.

Conoscere noi stessi è necessario. Farlo insieme a tante altre isole da tutto il mondo lo è ancora di più. È anche così che diamo senso alla nostra capacità collettiva di decidere ed essere protagonisti della nostra storia: affermando la nostra presenza, mettendoci in connessione con popoli vicini e lontani, costruendo azioni condivise con chi come noi vive il privilegio e la sfida dell’essere isola.

Anche per questo siamo felici di ospitare qui in aula il Presidente della Conferenza delle Regioni Periferiche Marittime (CRPM), Filip Reinhag, così come la Presidente della Commissione Isole della Conferenza delle Regioni Periferiche e Marittime, oltre che Presidente dell’Assemblea di Corsica, l’amica Nanette Maupertuis.

Insieme alla CRPM, questa importante organizzazione che riunisce i governi di 150 territori da 24 paesi diversi, e con la Commissione Isole che terrà domani a Cagliari la sua assemblea annuale, stiamo lavorando insieme da due anni per far valere i diritti delle isole e arrivare finalmente a una Strategia dedicata per i nostri territori.

Non solo.

Come Sardegna, anche grazie al lavoro fatto dal nostro ufficio di Bruxelles, abbiamo presentato alla Commissione Europea un position paper di 130 pagine che fa proposte precise, mirate, di modifica della legislazione europea: in modo che finalmente ci siano regole a misura di isole come la Sardegna, la Corsica, le Baleari, Gotland, Aland, le isole greche.

Ovvero tutte quelle isole che non ricadono sotto l’ombrello dei “territori ultraperiferici” ma che hanno comunque bisogno di una legislazione attenta, flessibile, che ci dia più poteri di azione e decisione in materia di trasporti, aiuti di stato, coesione territoriale e tanto altro.

Mentre esaltiamo la diversità, la bellezza, la ricchezza delle nostre isole, continuiamo a lavorare insieme, facciamo rete – anzi, arcipelago! – per vedere le nostre ragioni riconosciute e ottenere quei risultati concreti che possono dare risposta e fiducia alla nostra gente. Che possono dimostrare che l’Europa è capace di ascoltare le istanze popolari, le voci che arrivano dal basso e da lontano dai suoi centri maggiori.

Oggi più che mai, difendere l’autogoverno e la dignità delle isole significa, anche, difendere un’idea di ordine internazionale basato sulla diplomazia, la cooperazione, la pace.

Il mondo futuro passa attraverso le isole: se cade l’argine del rispetto dei popoli insulari, se si può pensare e agire come se i loro diritti e la loro libertà non valgano e siano alla mercé degli interessi altrui, cade anche l’idea di democrazia e convivenza che con fatica si è costruita finora. E che dovrebbe invece essere rafforzata, non messa a rischio.

Ma veniamo a noi, a ciò che noi possiamo fare, al nostro autogoverno di oggi.

Noi sardi, ogni singola persona di Sardegna, è chiamata non solo il 28 di Aprile, ma ogni giorno, a scegliere di impegnarsi per la propria terra. Ognuno lo deve fare come può e per quanto può.

Noi esercitiamo ogni giorno il nostro autogoverno. E se è vero che possiamo sempre fare di più e meglio è anche vero che non sempre siamo messi in condizione di fare come vorremmo.

Così come il 28 di Aprile 1794 i sardi dovettero alzare la voce davanti a un potere esterno sordo se non ostile, così noi oggi ci troviamo davanti a una situazione complessa, in cui l’esercizio delle prerogative sancite dall’autonomia speciale, viene sempre più spesso limitate o compresse.

In questi due anni ne abbiamo avuto molti esempi.

Penso all’impugnazione di molte importanti leggi regionali a tutela della Sardegna, a partire dall’intenzione di concentrare in Sardegna detenuti sottoposti al regime del 41-bis, con il rischio di trasformare di fatto l’isola in un luogo di destinazione carceraria privilegiata e, da ultimo, al tentativo di esautorare completamente la Regione da ogni decisione relativa al destino e all’utilizzo delle basi militari ospitate nel nostro territorio, che, lo ricordo, rappresentano oltre il 60% di quelle italiane.

Non sempre va così, sia detto.

Ci sono anche casi positivi di collaborazione con il governo centrale e con lo Stato: penso a ciò che stiamo facendo insieme per portare avanti la candidatura dell’Einstein Telescope. Un investimento strategico per fare della nostra terra un centro mondiale di riferimento nell’innovazione e nella ricerca scientifica.

Ciò non toglie che i sardi meritano più rispetto. E più spazi di autogoverno.

Perché noi non temiamo di fare e di fare bene. E non temiamo di migliorarci se non sappiamo fare o se finora non abbiamo fatto le cose al meglio.

A questo proposito. Il famoso filosofo e politico sabaudo de Maistre, proprio ai tempi della Sarda Rivoluzione, quando la nazione sarda cercava cambiamento, progresso, giustizia, si scagliò contro di noi dicendo che ai sardi mancava “il più bell’attributo dell’umanità, la perfettibilità”. Ebbene, si sbagliava. Si sbagliava di grosso. E siamo qui per dimostrarlo. Per dimostrarlo tutti insieme. Da sardi.

Serve una nuova attitudine, una nuova postura. Serve cambiare approccio e mentalità: non più andare a chiedere, ma pretendere ciò che è un nostro diritto.

Non più limitarci a lamentarci, ma iniziare a costruire, senza attendere sempre l’intervento di altri.

Un caso su tutti: stiamo costruendo le basi per un nuovo ruolo della Regione Sardegna nella gestione e nell’amministrazione dell’energia. Come dimostrano gli eventi internazionali, si tratta di un ambito strategico, fondamentale, vitale. Sia per la nostra capacità di autogoverno ma anche per contribuire a costruire scenari di pace. Vogliamo essere artefici e gestori di ciò che produciamo ed è per questo che stiamo lavorando alla costituzione della Società Energetica Sarda.

La dignità e la libertà di un popolo si misurano nella capacità di realizzare il proprio futuro, passo dopo passo, progetto dopo progetto.

Sono echeggiate in quest’aula le “cinque domande” che il Parlamento Sardo formulò nel 1793.

Si trattava, dicono gli storici, di una piattaforma di rivendicazioni a carattere “moderato”. Eppure, il sovrano sabaudo le visse come un atto rivoluzionario.

Non è difficile capire perché.

Intanto perché erano espressione di un Parlamento che si era autoconvocato all’indomani della vittoria sui francesi: erano il frutto di un moto di autodeterminazione e patriottismo civile.

In secondo luogo, perché in esse si ribadiva che la Nazione sarda aveva un potere maturato storicamente, che doveva essere rispettato: che nemmeno il sovrano poteva limitare la libertà dei sardi nel far valere e utilizzare “le leggi, le consuetudini e i privilegi” che gli erano propri.

Non a caso, un anno dopo, davanti al rifiuto sabaudo di accogliere le “cinque domande” si arriverà agli eventi di Sa Die, che apriranno un biennio di cambiamenti come in Sardegna non se ne vedevano da tempo.

È vero, la Sarda Rivoluzione finì repressa nel sangue. E finì anche a causa delle spaccature nel partito patriottico, nel tradimento di quelle classi conservatrici, dominanti, che temendo le riforme, l’abbattimento del feudalesimo, il repubblicanesimo, preferirono la subalternità e la dipendenza al rischio della libertà e al perseguimento della giustizia.

Dobbiamo meditare su quel passato. Ma per farlo non ci basta un giorno. Ci servono anni interi. Ci serve un lavoro quotidiano.

Per questo la nostra storia – che è tanto travagliata quanto lunga, ricchissima e bellissima – deve entrare nelle scuole. Insieme alla lingua, alla geografia, all’economia della Sardegna, deve entrare nelle scuole per diventare la spina dorsale di una nuova generazione di sarde e sardi, che prenderanno in mano il futuro di questa terra con ancor più coscienza e autostima e spirito costruttivo di quanto è stato fatto finora.

A noi sta il compito di dare gli strumenti ai nostri ragazzi e alle nostre ragazze. È per loro che dobbiamo riannodare il filo interrotto della storia.

Quando la Sarda Rivoluzione sembrava ancora possibile il grande politico e intellettuale Matteo Luigi Simon, scrisse il Prospetto dell’isola di Sardegna antico e moderno. È stato il primo tentativo di fare un sussidiario sardo.

Un sussidiario che serviva perché, diceva il Simon nell’introduzione (che vi leggo in un italiano contemporaneo): “vorrei che ogni momento di più si destasse nei miei compatrioti l'amore per le lettere e lo studio della storia patria, così poco apprezzata fin qui nelle scuole sarde”.

Simon aveva ben chiara la sfida: formare dei cittadini e delle cittadine sarde coscienti della propria storia e delle potenzialità della propria terra. Ebbene. Quel sussidiario non vide mai la luce. Vittima anch’esso della fine e della repressione della Sarda Rivoluzione.

Noi dobbiamo riannodare il filo di quella storia. Della nostra storia migliore.

Per questo mi rivolgo a voi ragazze e ragazze. Voi siete il nodo che legherà il presente e il futuro della nostra terra.

Se noi abbiamo fatto domande, voi siete la risposta!

Sa Die serve anche a questo: a prendere l’impegno di lavorare tutti insieme, pur nelle nostre differenze, con tutta la determinazione possibile, perché voi giovani abbiate tutti gli strumenti, le conoscenze, i poteri per scrivere una nuova storia della Sardegna.

Bona Die de sa Sardigna a tottus!”