AGGIORNAMENTO. I due attivisti italiani del convoglio di terra della Flotilla sono stati processati a Bengasi e potrebbero essere presto espulsi come immigrati clandestini insieme ad altri otto volontari di diverse nazionalità. C'è la possibilità che rientrino in Italia nei prossimi giorni.

Sono accusati di "ingresso illegale" per essere entrati nella regione orientale senza autorizzazione. Nel frattempo va avanti l'indagine della Procura di Roma sulla detenzione in Israele dei partecipanti alla spedizione 'via mare' dopo l'abbordaggio delle barche in acque internazionali.

Sono attualmente oggetto di indagine da parte dei pubblici ministeri una decina di alti ufficiali israeliani, tra cui il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir, per presunti comportamenti illegali. Ben Gvir è stato ripreso in un video mentre si prendeva gioco degli attivisti della Flotilla, tenuti prigionieri con le mani legate dietro la schiena nel porto di Ashdod. Questi dettagli emergono da documenti presentati dagli avvocati italiani della Flotilla, che fanno riferimento a una lista redatta dalla Fondazione Hind Rajab, un'organizzazione che documenta presunti crimini di guerra e coinvolge anche figure militari. Nel frattempo, i carabinieri del Ros stanno interrogando gli attivisti tornati in patria e analizzando i loro dispositivi elettronici. Le autorità giudiziarie stanno considerando l'accusa di sequestro di persona, ma non escludono altre ipotesi come tortura e violenza sessuale.

Ma in queste ore gli occhi sono puntati su Bengasi. "Mi auguro che il giudice decida di farli ritornare in Italia" ha affermato stamattina il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, auspicando che tornino a casa "il prima possibile". E dal movimento si dicono "molto preoccupati per la sorte dei dieci attivisti". Tra loro, oltre ai due italiani, ci sono due argentini, un polacco, uno spagnolo, un americano, un uruguaiano, un portoghese e un tunisino". "Chiediamo ai governi di stabilire contatti urgenti con le autorità della Libia orientale a Bengasi, di richiedere il rilascio senza condizioni dei loro connazionali e di garantire un passaggio sicuro alla missione umanitaria".

Il convoglio di terra era partito il 15 maggio (Giorno della Nakba) con a bordo 7 ambulanze, 20 case mobili, 10 camion di aiuti umanitari e oltre 200 partecipanti da più di 25 paesi, che restano in attesa di notizie nel campo nei pressi di Sirte - a poca distanza dal check point - e valutano il da farsi. Gli italiani presenti sono sette, dopo il rientro a casa di quattro connazionali. Tra loro c'è Giuseppina Branca, l'infermiera di 79 anni di Cannero (Verbano-Cusio-Ossola). "Lei è già stata nel carcere di Negev lo scorso autunno - aveva spiegato il marito nei giorni scorsi - non può rientrare in Israele". Nel pomeriggio sono atterrati a Venezia anche i due attivisti veneti che erano stati in carcere in Israele. "Nelle navi container c'era un vero e proprio sistema di tortura - racconta Beatrice Lio all'arrivo in aeroporto - con particolare accanimento verso persone di etnia turca o aspetto arabo musulmano, poco importa se fossero anche donne o persone anziane o con disabilità, nonostante urlassero di smetterla".

E un ringraziamento a chi "pagando anche di persona con ricatti, soprusi e violenze, manifesta concreta solidarietà" ai "popoli colpiti da volenze e guerre" arriva dal presidente della Cei, il cardinale Matteo Zuppi, aprendo i lavori dell'Assemblea Generale.

I FATTI

“Siamo molto preoccupati per la sorte dei dieci attivisti del Global Sumud Land Convoy che sono stati trattenuti nella Libia orientale. Sono due argentini, due italiani, un polacco, uno spagnolo, un americano, un uruguaiano, un portoghese e un tunisino”. A lanciare l’allarme è Maria Elena Delia, portavoce di Global Sumud Italia, preoccupata per la sorte dei dieci attivisti del convoglio terrestre della Global Sumud Flotilla fermati nella Libia orientale.

Secondo quanto riferito dalla portavoce, il movimento sarebbe in costante contatto con gli altri attivisti presenti in Libia per monitorare l’evolversi della situazione, con particolare attenzione ai due cittadini italiani coinvolti.

“Siamo in continuo contatto con gli altri attivisti in Libia per capire la loro situazione e in particolare quella dei due italiani, Domenico Centrone e Leonarda Alberizia, che si trovano a Bengasi e sono accusati di ingresso illegale nel Paese”, ha aggiunto Delia, precisando che “il console italiano sta cercando di mettersi in contatto con loro per sincerarsi che stiano bene”.

La portavoce ha quindi rivolto un appello alle istituzioni: “Facciamo appello al governo italiano e alle istituzioni europee perché attivino tutti i canali utili a riportarli a casa”.

Nel frattempo, secondo fonti legali della Flotilla, gli attivisti sarebbero in attesa di processo davanti al Tribunale di Bengasi. Le stesse fonti spiegano che vengono trattati come immigrati clandestini per essere entrati nella regione senza il cosiddetto “permesso di sicurezza”. Non viene esclusa l’ipotesi di un’espulsione già nelle prossime ore.

La delegazione italiana della Global Sumud Flotilla ha chiesto un intervento immediato dei governi coinvolti.

“Chiediamo ai governi di Spagna, Polonia, Stati Uniti, Argentina, Uruguay, Portogallo, Tunisia e Italia di stabilire contatti urgenti con le autorità della Libia orientale a Bengasi, di richiedere il rilascio senza condizioni dei loro connazionali e di garantire un passaggio sicuro alla missione umanitaria”, si legge nella nota diffusa dal movimento.

“I delegati sono civili disarmati impegnati in una missione umanitaria. La loro detenzione è priva di fondamento giuridico”, aggiunge ancora la Flotilla.

Secondo il movimento, l’arresto sarebbe legato a una serie di incomprensioni e mancate interlocuzioni con le autorità della Libia orientale. “Prima dell’ingresso della delegazione il convoglio aveva tentato per due volte di avviare negoziati formali: il primo tentativo era stato accolto con calore e con la promessa di un incontro successivo che non si è mai concretizzato; il secondo si è concluso con un ufficiale militare che ha intimato ai delegati del convoglio di andarsene immediatamente”.

Infine, la Global Sumud Flotilla sostiene che, “quando i canali ufficiali e le procedure riconosciute a livello internazionale si sono rivelati inefficaci, il convoglio si è diretto verso il valico per tentare negoziati diretti in assoluta buona fede”.