La prevenzione è spesso la linea sottile che separa una diagnosi precoce da una scoperta tardiva. Gli screening, in particolare, rappresentano uno strumento fondamentale perché consentono di individuare patologie anche in assenza di sintomi, quando intervenire è più semplice ed efficace.

È proprio in questa prospettiva che nasce il progetto “Un Dono a chi Dona”, promosso dall'Avis Provinciale di Sassari, in collaborazione con Sardegna for You e con il sostegno della Fondazione di Sardegna, con l’obiettivo di rendere la prevenzione più diffusa e accessibile.

I numeri confermano il valore dell’iniziativa: su 3.208 visite effettuate, ben 1.645 hanno evidenziato la presenza di patologie o condizioni che necessitano di ulteriori approfondimenti. Screening tiroidei, cardiologici, dermatologici, pneumologici e urologici hanno permesso di accendere un faro su situazioni spesso silenziose, ma non per questo meno rilevanti.

A dare voce concreta a questi dati è la testimonianza diretta di Antonio Dettori, presidente dell’Avis Provinciale di Sassari, recentemente operato. La sua esperienza personale diventa un racconto emblematico di quanto la prevenzione possa fare la differenza.

“Il corpo è una macchina complessa, ma a volte è un narratore troppo discreto. Per anni – ha spiegato il presidente - la mia tiroide è stata solo un appunto sull’agenda, un appuntamento fisso con lo screening perché ‘multinodulare’. Era una routine fatta di gel freddo sull'ecografo, sguardi attenti ai monitor e rassicurazioni: ‘Esami del sangue perfetti’. Mi sentivo bene, non avevo stanchezza, non avevo dolori. Eppure, sotto quella superficie di assoluta normalità, qualcosa stava cambiando forma”.

“Tutto è iniziato con un’osservazione diversa durante l'ultimo controllo – ha continuato Antonio Dettori -. L’endocrinologa si è soffermata su un dettaglio, una sagoma anomala che non seguiva le regole degli altri noduli. È lì che la prevenzione ha cambiato marcia, passando dal monitoraggio all'indagine. Il primo agoaspirato è stato un ‘forse’, un esito dubbio che sospende il fiato. Il secondo, invece, non ha lasciato spazio a interpretazioni: TIR 5. Carcinoma maligno. Quelle due parole hanno un suono pesante, metallico. Sembrano impossibili da conciliare con la persona che vedi allo specchio ogni mattina, una persona che non ha neanche un sintomo. La prospettiva iniziale era drastica: asportazione totale della ghiandola”.

Il presidente dell’Avis Provinciale di Sassari ha spiegato di essersi affidato “a chi della tiroide ha fatto una missione, l'Ospedale Cisanello di Pisa, centro di riferimento nazionale. A soli venti giorni dalla visita, ero in sala operatoria. Ma la sorpresa è arrivata al risveglio: i chirurghi erano riusciti a salvare metà della mia ghiandola. Non una tiroidectomia totale, ma una lobectomia. Un atto di chirurgia conservativa che cambia radicalmente la qualità del post-operatorio”.                  

“L’esame istologico ha messo il sigillo finale alla vicenda: carcinoma papillare di un centimetro, sottotipo classico. Era lì, annidato nel lobo rimosso, ‘infiltrante focalmente’. Piccolo, ma presente. Oggi guardo a questa cicatrice non come a un segno di malattia, ma come al simbolo di un successo. Mi ha insegnato che la salute non è sempre il contrario del dolore; a volte la salute è la capacità di intercettare il silenzio prima che diventi rumore. Non avevo avvisaglie, non avevo esami alterati, ma avevo la prevenzione dalla mia parte. E, alla fine, è stata quella a scrivere il lieto fine. Spesso pensiamo che il corpo ci avvisi quando qualcosa non va. La mia storia insegna che, a volte, siamo noi a dover andare a cercare le risposte, prima ancora che lui inizi a fare domande", ha concluso.