La Sardegna sta attualmente attraversando un periodo di "tramonto demografico", termine che identifica con precisione un processo di riduzione della popolazione umana e produttiva senza precedenti. La perdita di oltre 85.000 residenti nel ventennio 2006-2026 non è solo un dato numerico, ma rappresenta una vera e propria ferita: questa diminuzione demografica equivale essenzialmente alla sparizione simultanea dell'intera popolazione di centri cruciali come Assemini, Monserrato, Quartucciu e Selargius messi insieme. Questi sono i risultati evidenziati dal Rapporto Mete 2026 di Crei-Acli e dallo Iares.

L'Isola si delinea in questo scenario come un vero e proprio "caso limite" nel panorama europeo e nazionale, anticipando dinamiche di declino che altrove sono ancora agli albori.

Il 1° gennaio 2026, la popolazione residente è di 1.554.490 individui. Il tasso di fecondità è diminuito al minimo storico di 0,85 figli per donna, il dato più basso in Italia e uno dei più preoccupanti in tutta l'Unione Europea, confrontato con il livello di sostituzione generazionale stabilito a 2,1.

Secondo il rapporto, questa fragilità demografica è intrinsecamente legata a una debolezza economica strutturale: il circolo vizioso tra spopolamento e bassi redditi erode la capacità produttiva regionale per una cifra stimata in circa 1,7 miliardi di euro. Il differenziale reddituale è emblematico del gap di cittadinanza: laddove un contribuente italiano medio dichiara 100 euro, un sardo ne dichiara mediamente 86.

Con quasi un terzo della popolazione sarda over 65, la regione si conferma come una delle più anziane d'Italia, subito dopo la Liguria. Allo stesso tempo, la percentuale di giovani sotto i 15 anni è drasticamente bassa, fermandosi al 9,4%. Le previsioni per il 2050 sono allarmanti: la forza lavoro attiva potrebbe scendere al di sotto del 50%, mettendo in pericolo la sostenibilità del sistema di assistenza sociale regionale.

La presenza di oltre 133.000 iscritti all'AIRE documenta una sorta di "nuova diaspora", che rappresenterebbe idealmente la seconda città più grande della Sardegna, mentre la fascia d'età dei migranti che costituiscono il 70,4%, ha tra i 18 e i 64 anni, indicando un significativo spostamento di energia e competenze verso altre destinazioni.

In modo speculare, nonostante rappresentino solo il 3,7% della popolazione totale, gli abitanti stranieri costituiscono un importante ammortizzatore demografico per l'Isola, che risulta essere la regione italiana con la minor presenza di residenti stranieri. Questi 57.754 nuovi cittadini apportano un significativo contributo economico, generando un valore aggiunto di circa 1,2 miliardi di euro nei settori cruciali dell'agricoltura e del turismo.

Tuttavia, l'analisi rileva un'anomalia profonda nella "care economy" sarda: diversamente dal resto del Paese, dove la manodopera straniera domina il settore, "in Sardegna la cura domestica è prevalentemente affidata a lavoratori locali." spiega il report.

Negli ultimi vent'anni, la fascia d'età 19-25 anni ha subito una contrazione del 29,6%, e la fuga verso gli atenei del Centro-Nord si è configurata sempre più come un "premio alle classi abbienti, trasformando la mobilità universitaria in un fattore di stratificazione sociale ereditaria".

 La geografia del declino sardo rivela una polarizzazione territoriale estrema, una Sardegna "a due velocità" dove la media statistica maschera realtà divergenti. Da un lato si osserva la resilienza dei poli urbani e turistici, con la Gallura Nord-Est che spicca come unica area in crescita significativa (+11,3%), agendo da attrattore demografico grazie allo sviluppo del terziario e delle infrastrutture portuali. Dall'altro lato, le aree interne subiscono crolli demografici superiori al 25% in alcuni comuni, un dato che si traduce nella scomparsa dei servizi essenziali e nel fallimento della garanzia dei diritti costituzionali.

"La perdita di quasi 8.000 residenti nell'ultimo anno evidenzia l'urgenza di una strategia basata sulla 'giustizia territoriale' - viene osservato -. Non è più accettabile che la possibilità di formare una famiglia o di accedere a servizi sanitari dipenda esclusivamente dal codice postale. La polarizzazione tra coste dinamiche e un interno che svanisce richiede una visione politica che riconosca l'uguaglianza delle opportunità come l'unica via per la sopravvivenza dell'intera regione".