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Oggi, 25 aprile 2026, ricorre l'81esimo anniversario della liberazione d'Italia, noto anche come Festa della Liberazione, istituito per ricordare la liberazione dell'Italia dall'occupazione nazista e dal regime fascista, che segnò la fine della Resistenza italiana al nazifascismo.
Si tratta di un giorno che riveste un'importanza cruciale nella storia del Paese, in quanto rappresenta il coraggio e la determinazione dei partigiani e dell'esercito per quasi due anni, dall'8 settembre 1943, quando gli italiani appresero della firma dell'armistizio di Cassibile con gli Alleati.
Nel resoconto di questa data, la Resistenza italiana viene comunemente raccontata soprattutto attraverso le brigate partigiane, le operazioni militari e i personaggi storici pia noti. Meno frequentemente, però, viene menzionato il fondamentale contributo delle donne, che fu costante e diffuso, ma troppo spesso poco visibile, che si è esteso su tutto il territorio nazionale e che in Sardegna ha assunto una connotazione particolare legata alla sfera civile e familiare durante la guerra.
La resistenza partigiana, secondo diverse fonti e testimonianze, non ha seguito nell'Isola lo stesso corso riscontrato nel resto d'Italia. In una regione lontana dal fronte, ma comunque coinvolta negli eventi bellici, le donne assunsero un ruolo incisivo nel garantire la cura e la sopravvivenza in ogni singolo giorno, proteggendo i propri cari e mantenendo le comunità unite in più possibile.
A essere protagoniste in questo drammatico scenario, erano semplici madri, figlie, sorelle, nonne e amiche piene di coraggio e con un cuore colmo di generosità e amore nei confronti del prossimo, sempre pronte a sostenere soldati, a nascondere uomini e ragazzi riluttanti nei confronti della leva, a garantire la sopravvivenza delle famiglie. Una vera e propria forma di resistenza non armata, ma proprio per questo ancora più ricca di audacia e valore, in cui anche una piccola scelta quotidiana poteva essere silenziosa quanto rischiosa, cambiando il destino di diverse persone o addirittura generazioni. Tutto questo, nonostante tutto, ha trovato raramente uno spazio nella memoria pubblica.
In tutta l’Italia, le donne erano staffette, organizzatrici, sostenitrici logistiche e addirittura protagoniste di reti clandestine sia in contesti urbani che rurali, e questo è ormai un elemento consolidato e riconosciuto, ma sempre troppo poco menzionato rispetto all'importanza che ha avuto nella storia del nostro Paese. In Sardegna, questa tendenza si manifesta in modo ancora più evidente.
Dai contesti di grande difficoltà in cui la maggior parte era costretta a vivere, alcune donne hanno trovato la forza di intraprendere viaggi, apprendere nuove abilità come il tiro a segno e le lingue straniere, sperimentare la vita in città diverse da quelle d'origine e dimostrarsi capaci di affrontare le avversità e di farsi rispettare da coloro che le consideravano solo come schiave.
Tra queste coraggiose donne si annoverano anche alcune sarde come Eleonora Zedda, partigiana e deportata di Tiana. "Nemesis Magazine" ricorda anche altre figure importanti ma spesso dimenticate, come Maria Bachis, Filomena Carta e Maria Sole.
È doveroso ricordare, come ha sottolineato la giornalista Egidiangela Sechi, anche la figura di Gioconda Beatrice Salvadori Paleotti, conosciuta come Joyce Lussu, moglie di Emilio Lussu. Nata a Firenze ma innamorata follemente della Sardegna, Joyce Lussu fu una donna di straordinaria cultura e visione progressista, che riuscì a liberare il marito ingiustamente imprigionato, fornendo documenti falsi utili alla causa antifascista.
“Senza le donne, la Resistenza non sarebbe finita com’è finita" - ha detto l'ex partigiana Sandra Gilardelli, che in una video intervista pubblicata su "Freeda", ha raccontato di come lei e la sua famiglia rifiutarono il fascismo, partecipando alla resistenza sul Verbano, e "hanno aiutato e salvato i ragazzi dando ospitalità nelle cascine, nascondendoli nel fieno durante i rastrellamenti, portando da mangiare quando non c’era nulla. La Resistenza è stata di tutti, si trattava di gente umile, ma se ne parla troppo poco e soprattutto si parla troppo poco delle donne".
"Mia mamma si è messa le mani nei capelli - ha raccontato a "Freeda" anche l'ex partigiana staffetta Margherita Mo, venuta a mancare nel 2022 -. Ma io ho già un figlio soldato prigioniero', mi disse, e io le risposi 'Io devo aiutarli, anche a costo di morire’. Ero una partigiana staffetta, partivo al mattino e percorrevo chilometri e chilometri, la mia arma era la bicicletta. Sono una donna libera, mi è sempre piaciuto pensare con la mia testa, quella è la vera libertà".
“Necessario imparare e capire bene la storia - ha affermato la ex partigiana Teresa Vergalli a "Filorosso" - perché, come affermava Primo Levi, ricordiamo ciò che è stato e lottiamo per far sì che non accada più, anche se purtroppo per la guerra non ci siamo riusciti. Inoltre, come dice Liliana Segre e diceva anche Gramsci, non siate indifferenti e ricordate la canzone di Giorgio Gaber: libertà non è stare sopra un albero, ma partecipare".
Molte delle loro esperienze, così come quelle di tante altre donne, non sono state registrate negli archivi ufficiali, ma sono rimaste vive solo attraverso racconti tramandati oralmente all'interno delle famiglie, spesso senza ricevere il dovuto riconoscimento pubblico.
L'energia, la determinazione e il desiderio di rivalsa di queste eroine, perché questo erano e sono, restano, nonostante se ne parli ancora troppo poco, pervasivi e immortali, ed è fondamentale preservare la loro memoria ogni singolo giorno, non solo il 25 aprile.







