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Alcune storie arrivano a toccare profondamente l'anima di chiunque, perché non si limitano a raccontare una malattia, ma diventano vere e proprie testimonianze di resistenza, coraggio e determinazione. Quella di Barbara Contu, grandiosa 54enne e dolcissima mamma di due figli di 24 e 26 anni, è una di queste.
Tutto iniziò in un giorno qualunque, durante un gesto quotidiano. "Circa nove anni fa stavo facendo la doccia - racconta con voce ferma ai microfoni di Sardegna Live -. Non avevo dolori, non avevo sintomi. Era tutto normale. Poi, mentre mi mettevo la crema, sul seno destro ho sentito qualcosa: era una massa dura, grande come una noce, circa 7 centimetri. Mi sono fermata e ho pensato: 'Che strano, non l’ho mai sentita prima'. Solo un anno prima avevo fatto la mammografia ed era tutto a posto".
Da quel momento, la sua vita cambiò improvvisamente direzione.
"Sono andata subito dal mio medico di base, che mi mandò immediatamente a fare un'ecografia. Durante l’esame, la dottoressa capì che c’era qualcosa che non la convinceva, mi chiese il numero di telefono e si mise subito in contatto con una radiologa del Policlinico. Nel giro di pochi giorni, da giovedì a domenica, ero già lì per altri controlli".
La diagnosi arrivò come un fulmine: un carcinoma al quarto stadio. "Da lì è iniziato il mio calvario. Mi rivoltarono come un calzino, tra visite ed esami. Dopo quindici giorni ero già in sala operatoria".
Ma purtroppo la malattia era già oltre. "Il medico che mi aveva operata mi disse che, al momento dell’intervento, alcune cellule erano già migrate ai polmoni. Dopo qualche mese sono arrivate alle ossa: ho iniziato con la morfina, le stampelle perché non riuscivo a camminare bene, poi sono salite anche al cervello".
Una prognosi durissima: "Mi avevano dato sei mesi di vita". Eppure Barbara non si arrende, "Ho iniziato i cicli di chemioterapia - afferma con gli occhi lucidi - quattro 'rosse' e dodici 'bianche'. Nel frattempo dissi ai medici che mi seguivano che la mia famiglia era a Torino, dove c’è un centro specializzato. Il mio oncologo approvò e partii".
A Torino, un’altra verità difficile da affrontare, "Mi sottoposero a una TAC: il mio quadro clinico era molto grave. Dopo una lunga consulenza, mi dissero chiaramente che il tempo che mi restava era poco, ma non mi son mai arresa e ho sempre detto a me stessa: 'Staremo a vedere'."
È immediatamente, come un fulmine a ciel sereno, arrivò una nuova speranza, "Mi proposero una cura sperimentale, chiedendomi: 'Te la senti di iniziare subito?' I miei esami erano compatibili. Ho firmato tutto, anche per i rischi, anche per il decesso. Ma non avevo paura: volevo provarci".
L’inizio fu durissimo: "la terapia era di tre pastiglie al giorno, per un totale di 600 mg. Dopo una settimana stavo malissimo: non camminavo più, ero praticamente su una sedia a rotelle. Poi piano piano mi hanno ristabilita e abbiamo iniziato a modulare la stessa terapia".
E oggi, nove anni dopo, Barbara è ancora qui, "Tra alti e bassi, tra momenti difficili e altri migliori sono qui. Con tanta forza. Anche se a volte dico che non ne posso più: combatto da tutta la vita, non solo per la malattia, ma anche per problemi familiari. Ho pianto tanto". Ma la sua forza ha un nome preciso: "I miei due figli, li ho cresciuti da sola, sono la mia vita e li amo con tutta me stessa".
E insieme al dolore, una scelta precisa presa già 9 anni fa al momento della scoperta: non lasciarsi definire dalla malattia, "Io non voglio essere compatita. Mi trucco, mi preparo, tengo a me stessa ogni singolo giorno. È importante. Devi alzarti la mattina e avere sempre qualcosa da fare, tenere la mente occupata".
Barbara ha trovato anche un modo per trasformare la sua esperienza in aiuto per gli altri, "Faccio volontariato, vado nelle scuole, parlo con i ragazzi. Questo mi aiuta tantissimo. Aiutare gli altri aiuta me. È importante non farsi ingoiare dalla malattia, soprattutto all’inizio, che è la fase più dura, e consiglio a tutti di provarci".
E il messaggio che Barbara vuole mandare a cui sta vivendo in questo momento una situazione simile è semplice, ma potentissimo, "Bisogna essere positivi. Essere forti. Non abbattersi. Ognuno reagisce a modo suo, è vero, e non siamo tutti uguali, ma non bisogna mollare mai".
Una storia che non è solo una lotta contro la malattia, ma una dichiarazione di vita, un inno alla forza e alla speranza, ti facciamo tantissimi auguri carissima Barbara!





