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All'interno della stagione di prosa del CeDAC Sardegna, Ettore Bassi, in tournée in Sardegna, porta in scena il melologo "Questo matrimonio non s'ha da fare", un intenso omaggio ai "Promessi Sposi", capolavoro di Alessandro Manzoni.
Lo spettacolo, impreziosito dalle composizioni originali al pianoforte del Maestro Marco Beretta e diretto dalla regia di Alberto Oliva, fonde indissolubilmente logos e melos. La voce recitante di Bassi si intreccia alle note musicali per guidare il pubblico in un percorso emozionante tra le peripezie di Renzo e Lucia, le angherie di don Rodrigo e le cupe vicende della peste milanese del 1630, mettendo in risalto il ruolo della Provvidenza di fronte alle ingiustizie della Storia.
Nato a Bari nel 1970, Ettore Bassi vanta un percorso artistico eclettico e di altissimo spessore, costruito in decenni di attività tra piccolo schermo, cinema e palcoscenico. Esordito nei primi anni Novanta come conduttore televisivo (ricordiamo "La Banda dello Zecchino"), ha rapidamente conquistato il pubblico italiano affermandosi come uno dei volti più amati delle fiction di successo — da "Un medico in famiglia" a "Carabinieri", fino a interpretazioni drammatiche e di impegno civile in serie come "Il sindaco Pescatore" (dove vestiva i panni di Angelo Vassallo), "Boris Giuliano" e "Svegliati amore mio".
Accanto al successo televisivo, Bassi ha coltivato un profondo e costante amore per il teatro. Dalla metà degli anni Novanta a oggi, il suo percorso teatrale lo ha visto protagonista di testi complessi e di grande spessore umano e sociale e diverse produzioni dirette da registi di rilievo come Angelo Longoni ed Enrico Maria Lamanna. Un impegno che dimostra una straordinaria versatilità e una continua ricerca espressiva.
Portare in scena I Promessi Sposi attraverso la formula del melologo significa spogliare il romanzo manzoniano dalle incrostazioni scolastiche per restituirgli la sua dirompente forza originaria. Il testo, intitolato significativamente "Questo matrimonio non s'ha da fare", si concentra sulle dinamiche di sopruso, sulla fragilità degli umili ma anche sulla loro inaspettata tempra morale. In questo impianto, la lettura di Ettore Bassi si distingue per un eccezionale equilibrio tra rigore drammaturgico e partecipazione emotiva. L'attore non si limita a "leggere" o a interpretare un unico personaggio, ma diventa un narratore totale che dà voce alla polifonia manzoniana: dai monologhi interiori tormentati di don Abbondio alla limpida purezza di Lucia, passando per la sfrontatezza popolare di Renzo. La sua voce sa farsi ora tagliente e ironica, ora intima e drammatica, catturando lo spettatore e trasportandolo direttamente nei vicoli della Lombardia seicentesca.
Un elemento chiave della messa in scena risiede nella simbiosi simbiotica tra la recitazione e l'accompagnamento musicale dal vivo, affidato al pianoforte del Maestro Marco Beretta. La musica non funge da semplice sottofondo decorativo, ma rappresenta un vero e proprio "secondo personaggio" che dialoga con la parola poetica e narrativa. Le composizioni originali sottolineano i cambi di passo del racconto, amplificando la tensione drammatica durante i passaggi più cupi — come l'avanzare della peste o le minacce dei Bravi — e alleggerendo la narrazione nei momenti di speranza. Questa fusione tra logos e melos crea un'atmosfera avvolgente, capace di stimolare l'immaginazione del pubblico e di trasformare l'ascolto in un'esperienza sensoriale completa, dove il ritmo della tastiera scandisce i battiti cardiaci dei protagonisti e della storia stessa.
In un'epoca dominata dalla velocità digitale, dagli schermi degli smartphone e dalla fruizione mordi e fuggi dei contenuti multimediali, andare a teatro rappresenta un atto di affermazione e riscoperta culturale e umana.
Il teatro vive della compresenza fisica di attori e spettatori nello stesso spazio e nello stesso tempo: un'esperienza collettiva irripetibile che ricostruisce il senso di comunità.
Vi è, poi, il valore della parola e della riflessione: spettacoli come quello proposto da Ettore Bassi dimostrano come i classici non siano polverosi tomi scolastici, ma specchi lucidissimi delle nostre fragilità, delle nostre paure e della nostra resilienza di fronte alle crisi collettive (ieri la peste, oggi le complesse sfide della modernità).
Come ricorda spesso lo stesso Bassi, avvicinare i giovani al palcoscenico significa educarli all'ascolto profondo, all'empatia e alla bellezza del pensiero critico.
Insomma: varcare la soglia di un teatro significa staccare la spina dal rumore di fondo della quotidianità per riconnettersi con la parte più autentica di sé stessi. Un'occasione imperdibile, resa ancora più viva dalla passione e dal talento di artisti che scelgono di metterci la voce, il cuore e la faccia.














