Di fronte alla barbarie, la cultura è sempre stata indicata come l’unico antidoto possibile. Eppure, citando Walter Benjamin, "non esiste documento di civiltà che non sia allo stesso tempo documento di barbarie". È su questo crinale sottilissimo che si muove “Il fuoco era la cura”, l’ultima, graffiante produzione del collettivo fiorentino Sotterraneo, che rilegge il capolavoro distopico di Ray Bradbury, Fahrenheit 451, trasformandolo in uno specchio deformante dei nostri anni ’20.

Lo spettacolo, creazione del collettivo teatrale "Sotterraneo" e liberamente ispirato a “Fahrenheit 451” di Ray Bradbury, approda -sotto le insegne del CeDAC- sui palchi di Cagliari (Teatro Massimo), Nuoro (Teatro San Giuseppe/Bocheteatro) e Sassari (Teatro Comunale).

Nel romanzo del 1953, i libri bruciavano fisicamente per mano di vigili del fuoco convertiti in incendiari. Sul palco, i cinque performer (Comi, Fasano, Mascagni, Murarasu, Tramparulo) ci pongono una domanda brutale: Bradbury si è sbagliato perché oggi i libri esistono ancora, o la sua è una "profezia invera"?

La risposta dello spettacolo è sottile e inquietante. Se nel futuro di Montag il sapere era proibito per legge, oggi il sapere è sepolto dal rumore. Non serve più dare fuoco alle biblioteche se i cittadini sono troppo anestetizzati dal "divertimento obbligatorio" e dal flusso ininterrotto dei social media per aprire un volume.

La censura del Terzo Millennio non agisce per sottrazione, ma per accumulo: troppe informazioni, troppe fake news, troppo intrattenimento svuotato di senso. Il parallelismo con l'oggi lo incarna l'era della distrazione di massa.

Lo spettacolo mappa i "coni d’ombra" del testo originale, trascinando la narrazione nella nostra quotidianità fatta di realtà aumentata e schermi onnipresenti.

Diversi i temi esplorati, a partire dalla "anestesia emotiva": come la moglie di Montag, Mildred, cercava il suicidio inconsapevole per fuggire a un vuoto interiore, la nostra società sembra "curare" il disagio psichico con la velocità e la rimozione della memoria.

Ancora, la perdita del pensiero complesso: il "fuoco" che oggi divora la civiltà non produce fumo, ma indifferenza. In un mondo dove tutto deve essere consumato in "pillole" video, la capacità di sostenere il peso di un ragionamento articolato — di un libro, appunto — diventa un atto rivoluzionario, quasi sovversivo.

“Il fuoco era la cura” non si limita a mettere in scena una trama fantascientifica; costruisce una cronaca di questo "tempo intermedio" in cui viviamo. I performer non solo interpretano i personaggi, ma dialogano anche con un pubblico immaginario per poter esprimere il loto pensiero, trasformando il teatro in un laboratorio di resistenza civile.

Mentre sul palco Guy Montag inizia la sua trasformazione da ingranaggio del sistema a disertore della mente, lo spettatore è chiamato a fare lo stesso. Il diritto al dissenso e il dovere di influenzare le scelte del potere passano necessariamente attraverso la riappropriazione della parola.

Tra frammenti della Bibbia e citazioni poetiche che emergono tra le fiamme simulate, lo spettacolo ci ricorda che la memoria è l'unica base per l'identità. Distruggere i simboli della civiltà significa perdere il senso della storia e, di conseguenza, di noi stessi.

In un’epoca in cui la realtà virtuale rischia di sovrapporsi a quella vera, "Il fuoco era la cura" è un invito a risvegliarsi dal torpore.

Perché se è vero che il fuoco distrugge, è solo dalle ceneri di una consapevolezza ritrovata che può nascere un’umanità capace di distinguere la luce della conoscenza dal bagliore di un incendio.