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Si è spento all’età di 73 anni Giorgio Murgia, padre di Manuela Murgia, la ragazza di 16 anni trovata senza vita nel canyon di Tuvixeddu il 5 febbraio 1995. Per oltre trentuno anni il suo nome è stato associato alla ricerca della verità sulla morte della figlia, un caso che continua a far discutere e sul quale la famiglia non ha mai smesso di chiedere giustizia.
La notizia della sua scomparsa ha suscitato numerosi messaggi di cordoglio. Sulla pagina Facebook “Giustizia per Manuela”, che negli anni ha contribuito a mantenere alta l’attenzione sul caso, il saluto è affidato a due parole: “Il nostro eroe.”
I funerali saranno celebrati oggi, mercoledì 10 giugno, alle ore 16 nella cappella del cimitero di San Michele a Cagliari.
Tanti i messaggi pubblicati nelle ultime ore da amici, conoscenti e sostenitori della famiglia. Tra questi: “Giorgio, una persona rara di una bellezza d’animo e dolce. Sempre educato e gentile”. E ancora: “Mi fa rabbia pensare che non ha potuto vedere giustizia per sua figlia Manuela, ma adesso potrà riabbracciarla”.
La vicenda di Manuela Murgia continua a essere al centro dell’attenzione pubblica. Il caso, inizialmente archiviato come suicidio, è stato riaperto il 30 marzo dello scorso anno. La famiglia e i suoi legali sostengono da tempo una tesi diversa, secondo cui la giovane non si sarebbe tolta la vita ma sarebbe stata vittima di un omicidio.
Sulla stessa pagina Facebook dedicata alla memoria della ragazza, sono stati pubblicati numerosi interventi che contestano la ricostruzione originaria dei fatti e chiedono che vengano approfonditi gli elementi ritenuti ancora irrisolti. Tra questi si legge: “No, non ci arrenderemo mai, la nostra resa è la speranza dei colpevoli. Combatteremo con ogni mezzo possibile per la nostra amata Manu”.
Al centro delle richieste di approfondimento vi sono alcuni aspetti legati agli accertamenti medico-legali e alle condizioni in cui il corpo della sedicenne venne ritrovato nel canyon di Tuvixeddu. Questioni che, secondo chi sostiene la battaglia della famiglia, meritano ulteriori verifiche nell’ambito dell’inchiesta riaperta.
"Manuela aveva sedici anni"
"Merita che la realtà venga sbattuta in faccia a chi, per tre decenni, ha preferito ignorare l'evidenza - è l'osservazione che si legge sulla pagina Giustizia per Manuela Murgia -.Cadere da trentacinque metri è una distanza enorme, un volo che equivale a un salto da un palazzo di dodici piani. La velocità che un corpo raggiunge toccando terra dopo una caduta libera da quell'altezza è devastante, praticamente pari a quella di un'auto che si schianta a cento all'ora in autostrada. In una situazione del genere, l'impatto con il suolo è inevitabilmente violento e distruttivo. Il corpo umano, colpendo il terreno a quella velocità, non può rimanere integro: la fisica dell'impatto impone che le ossa, il cranio e gli organi interni subiscano traumi massicci e fratture multiple che, in casi simili, sono sempre presenti.
Proprio per questo motivo, se la vittima non presenta le lesioni tipiche di una caduta dall'alto, è materialmente impossibile che sia caduta da quel costone. Se il corpo non mostra i segni di un impatto così violento senza fratture al massiccio facciale o danni strutturali gravi allo scheletro significa che quella forza d'urto, semplicemente, non è mai stata assorbita dal corpo. La posizione in cui è stata trovata, composta e semplicemente distesa, rafforza brutalmente questa conclusione: un corpo che cade da trentacinque metri non si "appoggia" al suolo, viene scagliato con una violenza tale da rendere impossibile mantenere una postura composta".
“Il corpo di Manuela parlava, ma nessuno ha saputo leggerlo davvero"
"Oltre alle tracce nero fumo - viene spiegato ancora sulla pagina Giustizia per Manuela Murgia - in parte oggi riconducibili a residui carboniosi, restano elementi ancora senza risposta sugli slip e sul reggiseno. Entrambi gli indumenti presentano infatti danni concentrati sullo stesso lato: il destro. Sulla parte destra dello slip si nota un cedimento evidente dell’elastico, deformato “a onda”, un’alterazione significativa soprattutto considerando la corporatura esile di Manuela. Sul reggiseno, sempre sul lato destro tra fianco e schiena, le fibre elastiche risultano compromesse e fuoriuscite, segno di una sollecitazione intensa. Due capi diversi, stesso lato, stessa anomalia. Una coincidenza che difficilmente può essere ignorata. Questi dettagli sono rimasti chiusi per troppo tempo dentro un istituto decadente: dimenticati, trascurati, nascosti. Eppure potevano essere studiati da subito, osservati, analizzati, compresi. Invece sono rimasti nell’ombra, proprio come il caso di Manuela. Oggi quell’ombra non basta più. Non siamo più disposti a lasciar perdere.”










