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Sono passati 18 anni dal 26 marzo 2008, quando la comunità di Gavoi, operoso centro della Barbagia, si scoprì vulnerabile e violata nell'intimità di una situazione domestica e familiare all'apparenza serena. Era iniziata da poco la primavera quando la furia omicida colpì una donna di 37 anni, Dina Dore, davanti agli occhi della figlia neonata, Elisabetta. Nel cuore del paese. Nel silenzio della sera che lasciava spazio alla notte e, soprattutto, nel silenzio di chi sa e custodisce ancora oggi segreti inconfessabili che a distanza di quasi vent'anni continuano a essere taciuti.
LA SCOMPARSA DI DINA
Era la sera del 16 marzo 2008 quando il dottor Francesco Rocca, stimato dentista di Gavoi con studio a Nuoro, allertò i vicini e gli amici e chiamò la polizia. Era rientrato a casa in via Sant'Antioco dopo una giornata di lavoro e aveva trovato la figlia Elisabetta, di otto mesi, da sola sul seggiolino adagiato nel garage dell'abitazione a fianco all'auto della mamma, Dina Dore, della quale non c'era traccia.
Sul posto intervenirono gli inquirenti e gli uomini della scientifica. Scattò il piano anti-sequestri. La famiglia Rocca era in vista e stimata. Il padre di Francesco, Tonino, anch'egli medico, era già scampato a un sequestro di persona anni addietro. La prima pista seguita fu quella del rapimento.
IL RITROVAMENTO DEL CORPO
Solo in tarda serata, mentre la Questura di Nuoro stava disponendo perquisizioni, posti di blocco e ricerche a tappeto in tutta la provincia, un agente aprì il cofano della Fiat Punto di Dina Dore parcheggiata all'interno del garage. Nel baule dell'auto la macabra scoperta: Dina giaceva senza vita, immobilizzata con del nastro adesivo che le avvolgeva le mani, i piedi e la testa e ne aveva causato il soffocamento.
L'ipotesi del sequestro finito in tragedia rimaneva, ancora, la più plausibile per gli inquirenti e quella sostenuta a gran voce dal marito della vittima.
LE INDAGINI
Passarono i giorni, e non essendo pervenuta alla famiglia nessuna richiesta di riscatto, gli inquirenti iniziarono a scavare nell'ambiente familiare e fra i rapporti coniugali. Col tempo, l'analisi delle comunicazioni telefoniche intercorse fra Francesco e Dina restituì l'immagine di un matrimonio distrutto, compromesso da tempo ed evolutosi in un rapporto avvelenato da scontri verbali a tratti violentissimi e sempre più difficili da gestire per i due.
Le maglie delle indagini si strinsero progressivamente attorno a Francesco Rocca e alla sua cerchia di amici. Uno in particolare, Pierpaolo Contu, 17 anni all’epoca dei fatti, raccontò a un conoscente di essere l’autore materiale dell’omicidio. Avrebbe ricevuto una sostanziosa offerta in denaro dal marito della donna per occuparsi del delitto. Un racconto shockante, destinato ad emergere e travolgere bugie e omertà.
Nei mesi successivi, una lettera anonima recapitata alla famiglia Dore ricostruì nel dettaglio la dinamica dei fatti indicando i nomi dei responsabili, i luoghi e le azioni compiute. La missiva, consegnata alla polizia, consentì agli investigatori di chiudere il cerchio.
IL MOVENTE
Secondo quanto ricostruito dalle indagini e confermato dalle sentenze, Francesco Rocca intratteneva da tempo una relazione extraconiugale con la giovane assistente alla poltrona assunta in studio dopo la maternità della moglie. Per questo, col tempo, aveva maturato l'intenzione di lasciare Dina.
Le complicazioni economiche legate a un'eventuale separazione, però, lo avevano portato a maturare l'idea dell'omicidio su commissione. Aveva così incaricato Contu di assassinare Dina e liberarsi del corpo, ma qualcosa quella sera era andato storto e il giovane non era riuscito a portar via la donna dal garage, abbandonandola nel portabagagli dell'auto.
LA SVOLTA E I SILENZI
Nel 2013 scattarono le manette per Rocca, che finì a processo come mandante del delitto, e Contu, accusato di essere l'esecutore. Il primo venne condannato all'ergastolo in via definitiva nel 2019, il secondo a 16 anni dal Tribunale minorile nel 2015.
Un delitto brutale, pianificato nei minimi dettagli, un piano d'azione studiato nel tempo e complicatosi improvvisamente, rendendo necessari depistaggi e menzogne volte a occultare la verità. Una storia agghiacciante raccontata in maniera dettagliata dalla giornalista Maria Francesca Chiappe nel libro Carezze di sangue.
A 18 anni da quella tragica serata, la comunità di Gavoi continua a interrogarsi e agli inquirenti manca ancora una tessera del puzzle. Sul nastro adesivo che uccise Dina, infatti, fu trovata una traccia di Dna non riconducibile né a Rocca, né a Contu, né alle numerose altre persone indiziate e poi prosciolte. Un terzo soggetto avrebbe agito in quel garage quella sera, ma il suo nome rimane ancora ignoto.




