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L’arrivo a Uta dei detenuti destinati alla nuova sezione sottoposta al regime del 41-bis riaccende il confronto sulle condizioni del carcere e sulla tutela dei diritti delle persone private della libertà. A intervenire è la Camera Penale di Cagliari, che in una nota del Direttivo chiarisce di voler concentrare l’attenzione non tanto sul dibattito relativo alla Sardegna come possibile “isola-carcere”, quanto sulle condizioni detentive.
"L'arrivo presso la Casa circondariale di Uta delle persone destinate alla nuova sezione sottoposta al regime previsto dall'art. 41-bis impone alcune riflessioni che attengono direttamente alla tutela dei diritti delle persone detenute. Il dibattito sulla Sardegna come possibile "isola-carcere" pone certamente questioni legittime di politica penitenziaria. Non è, tuttavia, questo il terreno specifico sul quale intendiamo concentrare il nostro intervento. La Camera Penale di Cagliari, per le finalità che le sono proprie, guarda innanzitutto alle condizioni delle persone private della libertà e al rispetto dei loro diritti. Da questa prospettiva non possiamo non ribadire le nostre profonde perplessità sul 41-bis".
Secondo i penalisti cagliaritani, il regime, nato con carattere eccezionale per impedire i collegamenti tra organizzazioni criminali detenute e quelle attive all’esterno, si è progressivamente consolidato nel sistema penitenziario, con un ampliamento delle restrizioni e dell’isolamento.
"Nato come strumento eccezionale, con la specifica finalità di interrompere i collegamenti tra gli appartenenti alle organizzazioni criminali e i sodalizi operanti all'esterno del carcere, il 41-bis è divenuto nel tempo un elemento stabile e strutturale del nostro sistema penitenziario. La progressiva estensione delle limitazioni, dell'isolamento e della compressione delle relazioni personali - sostiene la Camera penale di Cagliari - impone di interrogarsi sulla loro effettiva funzionalità rispetto allo scopo originario del regime e sul rischio che la sofferenza detentiva assuma una funzione autonoma, fino a trasformarsi in uno strumento di pressione volto a ottenere la collaborazione. Il 41-bis non può diventare una pena nella pena, né la sofferenza può essere utilizzata dallo Stato come strumento per ottenere la collaborazione della persona detenuta. A questa questione di principio si aggiunge la situazione concreta nella quale la nuova sezione viene oggi attivata. Al 31 agosto Uta ospitava 748 detenuti nei circuiti di media e alta sicurezza, a fronte di 561 posti disponibili. A questi si aggiungono 80 detenuti sottoposti al 41-bis, 40 dei quali sono già arrivati. A trasferimenti completati, la popolazione dell'istituto potrà dunque raggiungere 828 persone. Il nuovo reparto non è un corpo separato dal resto del carcere. Le esigenze di altre 80 persone detenute inevitabilmente incideranno sui servizi e sulle risorse di una struttura già fortemente sovraccarica. La sanità ne costituisce l'esempio più evidente: l'intero istituto dispone soltanto di due medici e quattro infermieri a tempo pieno e di due psichiatri, nonostante la presenza di circa 50 persone affette da gravi patologie psichiatriche. Il presidio sanitario della nuova sezione 41-bis, inoltre, non dispone di personale medico dedicato. Sono dati che non possono essere ignorati".










