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Dopo oltre 60 giorni di guerra in Iran, Donald Trump si trova a fare i conti con un crescente calo di consensi. A sei mesi dalle elezioni di metà mandato, il conflitto – costoso e impopolare – pesa sui sondaggi: secondo Washington Post-Abc-Ipsos, il 62% degli americani esprime un giudizio negativo, il livello più alto dall’inizio del suo primo mandato.
Il tasso di approvazione generale scende al 37%, in calo rispetto al 39% di febbraio. Ancora più critico il dato sulla gestione della crisi iraniana: il 66% la boccia, contro un 33% favorevole. Non va meglio sul fronte economico, altro tema centrale della sua campagna: solo il 34% promuove le sue politiche, mentre sull’inflazione i consensi si fermano al 27% e sul costo della vita al 23%, con una netta maggioranza contraria.
A pesare è anche l’aumento dei prezzi, con la benzina ai livelli del 2022 e un’inflazione alimentata dal conflitto, giudicato più impopolare persino della guerra in Vietnam. La situazione si intreccia con gli effetti dei dazi e con le misure fiscali del “Big Beautiful Bill”, che secondo alcuni analisti hanno compensato solo in parte l’impatto economico.
Le difficoltà del presidente rischiano di avere conseguenze politiche rilevanti: i repubblicani temono la perdita del Congresso, con la Camera data quasi per persa e crescenti possibilità di una vittoria democratica anche al Senato. Intanto, dietro le dichiarazioni ufficiali, emergono tensioni interne al partito e preoccupazioni per una strategia che divide, mentre cresce la speranza che il conflitto si chiuda rapidamente per tornare all’agenda “America First”.






