Le elezioni di metà mandato del 3 novembre hanno rappresentato una pesante battuta d'arresto per Donald Trump e il Partito repubblicano. I democratici conquistano il controllo del Senato e si avviano a ottenere anche la maggioranza alla Camera, ribaltando gli equilibri del Congresso e aprendo una nuova fase nei rapporti tra la Casa Bianca e il potere legislativo. Un risultato che rappresenta un segnale politico significativo a metà del secondo mandato presidenziale di Trump e che rischia di condizionare profondamente gli ultimi due anni della sua amministrazione.

Il voto, inizialmente concentrato sul rinnovo di tutti i 435 seggi della Camera e di 35 seggi del Senato, si è trasformato in un giudizio sull'operato del presidente. A pesare sono stati soprattutto il costo della vita, le preoccupazioni economiche e le conseguenze della guerra in Iran. I repubblicani, che prima delle elezioni controllavano entrambi i rami del Congresso, hanno subito perdite anche in Stati tradizionalmente conservatori.

La conquista del Senato e il ribaltone alla Camera

Il risultato più significativo è arrivato dal Senato, dove i democratici hanno conquistato la maggioranza grazie a una serie di vittorie in Stati storicamente repubblicani. Tra i risultati più importanti c'è quello della North Carolina, dove Roy Cooper ha superato il candidato repubblicano, aprendo la strada ad altri successi.

La sconfitta repubblicana in South Carolina, dopo quasi tre decenni di dominio del partito, ha rappresentato un altro passaggio decisivo. Annie Andrews ha battuto Darline Graham, mentre in Texas James Talarico ha avuto la meglio su Ken Paxton con un margine particolarmente ampio. I democratici hanno conquistato anche il Kansas, con Adam Hamilton, e l'Ohio, dove Sherrod Brown ha sconfitto Jon Husted. A completare il quadro sono arrivate le affermazioni di Josh Turek in Iowa e Troy Jackson nel Maine. In Michigan, Abdul El-Sayed ha ottenuto una vittoria che gli consentirà di entrare nella storia come primo senatore musulmano degli Stati Uniti.

Anche alla Camera il partito democratico ha ottenuto importanti successi, conquistando numerosi collegi precedentemente in mano ai repubblicani. Lo scrutinio è ancora in corso, ma le proiezioni indicano il raggiungimento della maggioranza. Se confermato, il risultato porterà Hakeem Jeffries alla guida della Camera dei Rappresentanti, diventando il primo afroamericano a ricoprire la carica di speaker.

Trump: «Pensavo sarebbe andata meglio»

Di fronte alla sconfitta, il presidente americano ha inizialmente cercato di ridimensionare il significato politico del risultato, sostenendo che il voto non fosse direttamente riferito alla sua persona. «Non c'ero sulla scheda. Se ci fossi stato, avremmo ottenuto una vittoria a valanga», ha dichiarato Trump, attribuendo parte della responsabilità ai candidati repubblicani.

Il presidente non ha comunque nascosto la sorpresa per l'esito delle urne: «Sono un po' sorpreso, pensavo sarebbe andata meglio. Abbiamo fatto dei comizi fantastici, con migliaia di persone dentro e fuori. C'era grande esaltazione, quindi ora sono un po' sorpreso. Pensavo di poter avvicinare quelle persone verso i candidati».

Tra i fattori che potrebbero aver inciso sul voto, Trump ha riconosciuto anche il malcontento legato all'aumento dei prezzi del carburante, collegato alle conseguenze del conflitto in Iran. «La gente è d'accordo con quello che sto facendo sull'Iran, ma probabilmente non è disposta ad affrontare la conseguenza iniziale, di breve durata, di pagare di più la benzina», ha affermato.

In un'intervista al New York Times, il presidente ha poi adottato toni più concilianti nei confronti degli avversari: «Sono assolutamente disposto ad accettare questi risultati». E ancora: «Lavoreremo con i democratici e, sapete, non vediamo l'ora di lavorare con loro. Probabilmente troveremo un'intesa».

Il rischio dello scontro istituzionale

Dietro le aperture al dialogo, non mancano però segnali di un possibile irrigidimento nei rapporti con il Congresso. In un'intervista alla Cbs, Trump ha ricordato di poter ricorrere al veto presidenziale per bloccare le iniziative legislative dei democratici. «Ho il potere supremo, si chiama veto», ha dichiarato.

Successivamente, parlando con Politico, ha parzialmente corretto il tiro: «Ho il diritto di porre il veto su tutto, ma non voglio passare due anni a mettere il veto su ogni cosa. Lavoreremo con i democratici. Hanno già chiamato, ho molti amici anche tra i democratici».

Il nuovo equilibrio parlamentare avrà conseguenze concrete sull'azione della Casa Bianca. Con i democratici alla guida delle due Camere, l'amministrazione Trump dovrà confrontarsi con un Congresso meno favorevole alle proprie iniziative. La nuova maggioranza potrà ostacolare l'approvazione dei provvedimenti presidenziali, esercitare un maggiore controllo sull'attività dell'esecutivo e avviare indagini sull'operato dell'amministrazione.

La fotografia del voto è dunque quella di un Congresso profondamente ridisegnato e di un presidente costretto a fare i conti con una maggioranza parlamentare avversaria. Per Trump si apre una seconda metà di mandato in salita, nella quale la capacità di trovare accordi con i democratici sarà determinante per portare avanti la propria agenda politica.