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Esistono mostre che si guardano, "di passaggio", e mostre che si vivono, per la loro capacità di parlare all'anima ed evocare emozioni e ricordi legati al vissuto di chi osserva.
TerraMadre, l'esposizione fotografica dedicata alle figure femminili di Sardegna, appartiene decisamente alla seconda categoria. Non è solo un catalogo di costumi e tradizioni, è un’indagine viscerale su quella "linea che unisce le donne tra loro, di generazione in generazione, e fra loro e la terra in cui sono nate".
L'obiettivo fotografico di Alessia Anchisi non si limita a ritrarre, ma "raccoglie" una bellezza che era già lì, tra le strade, le sagre e i carnevali dell'isola. Ha scelto per la maggior parte degli scatti il bianco e nero, per valorizzare le figure protagoniste togliendo le "distrazioni" di sfondi e contorni. Eccezzion fatta, ovviamente, per le fotografie dove è proprio il protagonista -tipicamente un abito- a richiedere la presenza dell'intero cerchio cromatico. Del resto, i dettagli sono proprio uno dei punti di forza della mostra.
Il percorso espositivo si snoda attraverso una narrazione che sfida il tempo. Il volto giovanissimo, quasi etereo, di una ragazza in abito tradizionale desulese, incorniciato dallo splendido copricapo -nitido trionfo cromatico- sembra specchiarsi idealmente nello sguardo profondo, solcato da una saggezza antica, di una donna anziana avvolta in un velo scuro, dinnanzi a lei ritratta.
Non è un contrasto, ma una continuità. C'è un riconoscimento profondo in questi sguardi, un "orgoglio che si riversa in occhi e mani". Questa connessione diventa fisica, quasi sacra, nell'immagine dell'abbraccio tra madre e figlia, dove i ricami dei tessuti sembrano fondersi con l'emozione pura del contatto simbolo della più alta forma d'amore: quello materno.
La mostra eccelle nel catturare il particolare che si fa universale. Le mani, spesso protagoniste, diventano custodi di storie: mani che stringono un rosario nero e un fazzoletto di pizzo su una gonna di broccato viola, mani che sorreggono con delicatezza un neonato addormentato, simbolo di una vita che entra a far parte di questa catena millenaria, mani che custodiscono piccoli libri di preghiera, tra pizzi bianchi e gioielli d'oro, testimoni di una fede che è radice e protezione.
Mani che, con una tenerezza che sembra uscire dal quadro per cingere anche l'osservatore, sorreggono il peso leggero di un neonato addormentato.
Il contrasto tra l’elaborata rigidità del costume tradizionale e l’abbandono fiducioso dell’infanzia crea un’immagine potente e simbolica: la tradizione che si fa culla per il domani.
E sono sempre mani di ragazza a fondersi, in un altro scatto, con le launeddas, impugnate con una magnetica tensione che -da semplici canne di fiume- sembra quasi renderle un’estensione del corpo della musicista. Il bianco e nero conferisce un pathos drammatico dove la ragazza, col suo abito nero, potrebbe ergersi sul pubblico come "custode del suono".
Un suono che richiede la tecnica del respiro circolare: non ci si può fermare mai, bisogna diventare un mantice umano. La musicista incarna questa continuità vitale, padroneggiando uno strumento che per secoli è stato il "verbo" degli uomini nelle piazze.
È un atto di riappropriazione potente: non sta solo suonando, sta riscrivendo una gerarchia attraverso la musica.
Gli abiti, che a un occhio esterno potrebbero sembrare come delle armature pesanti, per queste donne sono "ali". Sono ali fatte di orbace, seta e gioielli, che permettono loro di restare ancorate alla propria identità, e di farsene custodi e simbolo elevandosi sopra la polvere del quotidiano.
La forza di TerraMadre risiede nella sua idea tanto semplice quanto potente, a dimostrazione che si può ancora produrre un lavoro contemporaneo senza ideazioni astruse e astratte e, soprattutto, rimanendo nella propria terra, imparando a osservarla e ascoltarla e approfondendo, con occhi diversi, anche quello che si è già visto.
Gli occhi hanno visto passare il tempo e i tempi, gli sguardi sembrano contenere la propria comunità, o forse -addirittura- l’intera geografia dell’isola, i fazzoletti scuri non nascondono, ma nobilitano l’anzianità.
L'autrice dichiara di essere semplicemente grata di "essere tra chi ha visto". Non c'è la pretesa di inventare una bellezza, ma la pazienza di "chinarsi e guardare" per coglierla laddove si manifesta spontaneamente.
Che sia una donna vista di spalle mentre cammina verso il campanile di un paese o il profilo fiero di una ragazza contro un muro di pietra a secco ogni scatto è un atto poetico e visivo, tra espressione e affermazione.
Del resto, c'è una linea invisibile che unisce chi tramanda a chi apprende: è il desiderio di non lasciare che il tempo passi invano, ma di trasformare ogni incontro in un'occasione di scoperta.
Lo pensava Michelangelo Buonarroti, che ad 87 anni esclamava "Ancora imparo!", lo pensava Albert Einstein osservando "Non ho particolari talenti, sono solo appassionatamente curioso!" e lo afferma anche Alessia, spiegandoci che "Quello che più mi affascina della fotografia -con cui mi cimento da quando ho comprato la mia prima macchina, ben otto anni fa, è che permette di scoprire e imparare e migliorare ogni giorno... un'occasione fantastica che poche cose riescono a offrirti!".







