Una lettera firmata da 16 persone trattenute nel Centro di permanenza per il rimpatrio (CPR) di Macomer, in Sardegna, è stata diffusa il 4 marzo dall'associazione No CPR Macomer, che si occupa di monitoraggio dei centri di detenzione amministrativa per migranti. Nel documento vengono segnalate condizioni di forte disagio all’interno della struttura.

“Siamo 20 persone e siamo nella peggiore condizione perché il trattamento qui è pessimo. Per favore, aiutateci. Non possiamo sopportare qui ogni giorno la gente vuole suicidarsi.”

Inizia così la lettera di denuncia che descrive una presunta situazione di sofferenza psicologica e difficoltà nella gestione quotidiana all’interno del centro. Il documento è presentato come un appello rivolto all’opinione pubblica.

“Oggi sembra un anno [i giorni scorrono tanto lenti da sembrare lunghi come un anno]. Anche il nostro stato psicologico è pessimo. Anche il cibo non è buono e qui non tutto è buono ci sono otto persone gravemente malate et non c’è personale medico. Hanno bisogno di cure il prima possibile. C’è molto razzismo persone che non hanno fatto nulla di male sono qui nelle loro condizioni peggiori. Sono state portate qui direttamente dal mare. Non hanno fatto nulla di male. Non c’è personale medico c’è molto razzismo vogliamo cambiare questo centro. Vogliamo andare in un altro centro. Per favore e grazie mille.”

Secondo quanto riportato nella lettera e come sarebbe riportato, secondo l'associazione, in alcune testimonianze telefoniche raccolte da attivisti e legali, nel centro si registrerebbero problemi legati alla qualità del cibo, alla presenza limitata di personale sanitario e alla difficoltà di accesso a cure mediche adeguate. Nel documento si fa riferimento anche a casi di forte stress psicologico e a episodi di autolesionismo.

Tra le situazioni segnalate vi sarebbero otto persone che necessiterebbero di cure mediche urgenti. Alcune testimonianze parlano di patologie non adeguatamente trattate o di traumi fisici che richiederebbero accertamenti sanitari più approfonditi.

La lettera evidenzia inoltre una presunta mancanza di informazioni chiare sulla posizione giuridica delle persone trattenute e sulle procedure che le riguardano. Frasi come “Vogliamo andare in un altro centro” o “Vogliamo cambiare questo centro” vengono interpretate dagli autori della denuncia come indice di disorientamento rispetto al funzionamento del sistema dei CPR.

Nelle ultime settimane sarebbero stati segnalati anche episodi di autolesionismo. Secondo alcune testimonianze, un giovane di nazionalità tunisina avrebbe ingerito delle batterie ed è stato successivamente trasportato al pronto soccorso.

Ulteriori criticità riguarderebbero la disponibilità di materiale sanitario di base nell’infermeria del centro, come cerotti, garze e disinfettanti. In una testimonianza, un internato avrebbe riferito di essere stato medicato “con acqua e nastro isolante” dopo un infortunio alla mano.

Le stesse fonti segnalano inoltre presunte difficoltà nell’organizzazione dei turni del personale sanitario e infermieristico, con turni di lavoro molto intensi e presunti ritardi nel pagamento degli stipendi. Secondo quanto riportato, il medico sarebbe presente per un periodo limitato della giornata mentre la psicologa non svolgerebbe colloqui regolari con gli ospiti.

Sempre secondo le testimonianze raccolte, sarebbe inoltre complicato ottenere incontri con la direzione della struttura o con i responsabili per discutere questioni legate ai diritti dei trattenuti.

Il sistema dei CPR, destinato alla detenzione amministrativa di cittadini stranieri in attesa di rimpatrio, è da tempo oggetto di dibattito pubblico e politico in Italia. Associazioni e organizzazioni per i diritti umani denunciano da anni condizioni difficili in diverse strutture, mentre il governo difende l’utilità dei centri come strumento per la gestione delle procedure di rimpatrio.

La lettera proveniente da Macomer si inserisce in questo contesto di discussione nazionale sul funzionamento e sulla gestione dei centri.