La Sardegna si prepara ad accogliere 80 medici provenienti da Argentina e Cuba, ma per la Rete Sarda per la Difesa della Sanità Pubblica il loro arrivo non rappresenta una risposta strutturale alla carenza di personale sanitario.

Secondo Claudia Zuncheddu, il problema va affrontato partendo dalle ragioni che spingono i medici formati nell’Isola a lasciare il sistema pubblico. Ogni anno, sottolinea la Rete Sarda, tra 350 e 450 neoabilitati si iscrivono agli Ordini dei Medici sardi: resta da capire quanti lavorino nella sanità pubblica, quanti nel privato non convenzionato, quanti siano liberi professionisti, quanti vadano all’estero e quanti svolgano attività amministrative.

Tra le cause dell’uscita dal pubblico vengono indicate precarietà, blocco del turnover, retribuzioni inferiori alla media italiana, burocrazia, carichi di lavoro elevati e disorganizzazione. Entro il 2028, inoltre, è previsto un forte numero di pensionamenti, con difficoltà nel garantire il ricambio generazionale.

La carenza di medici in Sardegna non è un problema principalmente numerico, ma di organizzazione e del dove e come si destinano le risorse in sanità”, sostiene Zuncheddu, definendo l’arrivo dei nuovi professionisti “un déjà vu”.

La Rete Sarda chiede quindi interventi sulle condizioni del personale già in servizio e richiama anche l’allarme dell’OMS sul burnout, legato all’esaurimento fisico e mentale e al sovraccarico di lavoro. “La nostra sanità regge ancora sulla professionalità e sulla dedizione del personale organico, ormai allo stremo delle forze”.