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Se il teatro ha una funzione civile, è quella di agire come uno specchio capace di restituire non solo la nostra immagine, ma anche le ombre che preferiremmo non vedere.
La messa in scena de "La Bisbetica Domata" di William Shakespeare, firmata da Domenico Ammendola per NoveTeatro, ne è la prova tangibile.
In tour nell'Isola -Olbia, Meana Sardo, Dorgali e Carbonia- sotto le insegne del CeDAC Sardegna, lo spettacolo non si limita a narrare una schermaglia amorosa d'altri tempi, ma scava nelle radici dell'identità e del potere.
E la trama, tra farsa e manipolazione, ci porta a Padova, dove il nobile Battista Minola si trova a gestire un "problema" familiare: la figlia maggiore, Caterina, è una donna dal temperamento fiero e ribelle, rifiutata dai corteggiatori perché non conforme al modello di sposa docile. Il padre decide così di bloccare le nozze della figlia minore, la mite Bianca, finché la primogenita non sarà accasata.
L'equilibrio si spezza con l'arrivo di Petruccio, un nobile veronese guidato più dall'interesse per la dote che dal sentimento, che accetta la sfida di "domare" l'indomabile. Attraverso un processo di "rieducazione" psicologica fatto di privazioni, manipolazioni e toni surreali, Petruccio cerca di piegare la volontà di Caterina, trasformandola in quella che la società elisabettiana considerava una moglie ideale.
Al centro della riflessione di Ammendola c'è l'emancipazione femminile. Caterina non è semplicemente "bisbetica"; è un simbolo di resistenza in una civiltà patriarcale dove il matrimonio è spesso un contratto economico e sociale.
La sua "lingua tagliente" è l'unica arma disponibile per difendere la propria libertà.
Il punto più controverso rimane il celebre monologo finale sulla sottomissione, giocato abilmente sull'ambiguità shakespeariana: si tratta di una resa incondizionata di fronte alla violenza psicologica?
O è una raffinata strategia ironica, una "recita" volta a beffare il pubblico maschile?
Questa versione moderna evidenzia come Shakespeare non esprimesse giudizi definitivi, ma offrisse piuttosto una satira feroce della misoginia del suo tempo, lasciando a noi il compito di interpretarne le sfumature.
In un'epoca dominata dalla velocità dei consumi digitali, il ritorno a un classico come questo ci ricorda l'importanza del teatro come spazio di pensiero critico. Vedere Caterina e Bianca — accostate dal regista alle figure mitologiche di Antigone e Ismene — significa interrogarsi su come le dinamiche di potere tra i generi non siano ancora del tutto risolte. Il teatro si pone, dunque, come antidoto all'indifferenza.
La cornice metateatrale voluta dal Bardo sottolinea che "il mondo è un gran teatro" dove ognuno indossa una maschera. Assistere a questo spettacolo oggi significa avere il coraggio di guardare dietro quella maschera, riconoscendo che la lotta per l'identità e la libertà di pensiero è un fuoco che non può essere domato.






