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Dal carcere di Bancali, a Sassari, Emanuele Ragnedda torna a parlare del femminicidio di Cinzia Pinna, la 33enne di Castelsardo uccisa nella notte tra l'11 e il 12 settembre 2025.
Il corpo della donna venne ritrovato nella tenuta vitivinicola di ConcaEntosa, tra Palau e Arzachena, dopo che per giorni erano proseguite le ricerche. Fu lo stesso Ragnedda, dopo aver confessato il delitto, a indicare agli investigatori il luogo in cui era stato nascosto il corpo.
Secondo quanto ricostruito finora nel corso delle indagini, Cinzia Pinna sarebbe stata uccisa all'interno del casolare con tre colpi di pistola al volto. Gli accertamenti tecnici hanno successivamente analizzato la scena del crimine e la dinamica degli spari. La Procura di Tempio Pausania, al termine delle indagini, ha contestato a Ragnedda l'omicidio volontario aggravato, oltre all'occultamento di cadavere, escludendo l'ipotesi della legittima difesa sostenuta dalla difesa.
Nel maggio scorso, secondo alcuni esiti degli accertamenti balistici, Cinzia Pinna si sarebbe trovata seduta al momento degli spari e i colpi sarebbero stati esplosi da una distanza di circa un metro e mezzo. Elementi che, secondo gli investigatori, metterebbero in discussione la ricostruzione fornita dall'imputato.
Il procedimento è quindi entrato nella fase giudiziaria: a luglio si è aperta a Tempio Pausania l'udienza preliminare. Ragnedda deve rispondere, secondo il capo d'imputazione, di omicidio volontario aggravato da crudeltà, motivi abbietti e sevizie, oltre ad altri reati. I familiari di Cinzia si sono costituiti parte civile.
È in questo contesto che arriva ora la lettera dal carcere, affidata ai legali Gabriele Satta e Luca Montella. Ragnedda ribadisce la propria versione dei fatti e sostiene di essersi trovato nella condizione di dover reagire a un'aggressione.
"In questi mesi sono rimasto inerme davanti alla creazione di una narrativa basata su informazioni parziali, sommarie e spesso del tutto false. Una narrativa che ha portato al deterioramento di legami affettivi, familiari e sociali, nella quale fin troppo è stato dato per scontato- scrive Ragnedda - Fino a oggi ho scelto di accettare tutto questo per rispetto del dolore che questa vicenda ha causato a tutti noi. Adesso sento il dovere di ribadire ciò che ho vissuto. Mi sono trovato nella peggiore delle condizioni umane, quella di dovermi difendere da una aggressione violenta, immotivata e ingestibile. Una reazione imposta dall'istinto di sopravvivenza che ha avuto, purtroppo, un esito tanto tragico quanto involontario".
Nella lettera l'uomo torna anche sui dodici giorni trascorsi tra il delitto e la confessione e rivolge un riferimento alla famiglia di Cinzia.
"Ho affrontato i giorni seguenti in uno stato di incredulità e angoscia finché ho trovato la forza di raccontare tutto alle autorità e affidarmi alla giustizia con tutto me stesso, assumendomi la responsabilità di un gesto disperato compiuto in circostanze ingestibili - continua Ragnedda - Circostanze che solo chi come me ha vissuto può davvero capire. Mi sono reso conto, a posteriori, che quei dodici giorni tra il fatto e la sua confessione hanno aggiunto ulteriore angoscia e dolore ai familiari di Cinzia e di questo oggi chiedo perdono. Mi preparo ad affrontare le fasi processuali con totale fiducia negli elementi che aiuteranno a dimostrare che sono stato aggredito, che mi sono difeso e che, purtroppo, questa tragedia si sarebbe potuta e dovuta evitare".







