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Mentre le prime note de "Il tempo delle cattedrali" fendono l'aria della notte olbiese, in cui il confine tra palcoscenico e realtà svanisce, alle spalle del imponente allestimento scenico, il mare del Molo Brin riflette i bagliori delle luci, fondendo la grandiosità gotica di Parigi con la brezza mediterranea della Gallura. Olbia si è trasformata in questi giorni nel cuore pulsante dello spettacolo italiano, ospitando il colosso cult Notre Dame de Paris e regalando alla Sardegna una pagina di storia dello spettacolo indimenticabile.
Un successo annunciato che si è tradotto in numeri da record e in un entusiasmo travolgente: tribune e platee gremite in ogni ordine di posto, con repliche che hanno registrato il quasi sold out, a testimonianza di quanto questo titolo continui a esercitare un fascino magnetico e inalterato sulle generazioni.
Il segreto di questo miracolo artistico, capace di rinnovarsi a ogni replica, affonda le radici nel felice e irripetibile connubio tra due giganti della scrittura: la musica sublime, viscerale e melodica di Riccardo Cocciante e le parole taglienti, poetiche e visionarie del librettista franco-canadese Luc Plamondon (tradotte magistralmente in italiano da Pasquale Panella).
In Notre Dame de Paris non c'è un solo brano che faccia da sfondo: ogni canzone è un frammento d'anima scolpito nella pietra sonora. Dalla potenza disperata di "Bugiardo infernale" al lirismo straziante di "Vola mia gioia", fino all'esplosione liberatoria di "Cattedrali", la partitura di Cocciante unisce la grande tradizione della canzone d'autore alla struttura sinfonica del musical moderno. Plamondon, dal canto suo, ha saputo restituire al capolavoro di Victor Hugo una modernità sbalorditiva, trasformando i drammi medievali in archetipi universali.
Perché “Notre Dame de Paris" può essere a tutti gli effetti definita un'opera popolare nel senso più nobile: parla agli ultimi, agli emarginati, a chi cerca giustizia in un mondo che giudica dalle apparenze.
I personaggi che prendono vita sul palco del Molo Brin non sono semplici figure del passato, ma metafore viventi della condizione umana. Quasimodo ed Esmeralda incarnano perfettamente il contrasto romantico e hugoliano tra la purezza dell'anima e la fragilità della carne, tra l'emarginazione sociale e il desiderio incondizionato d'amore. È qui che lo spettacolo ritrova la vera essenza del capolavoro letterario del 1831: in quella fatalità ineluttabile — l’Anankè che Victor Hugo descriveva incisa nella pietra della cuattedrale — che stringe i destini dei protagonisti in un abbraccio tragico e sublime. Come scriveva lo stesso Hugo, "l'amore è come un albero: si pianta da sé, stende profonde radici in tutto il nostro essere e continua verdi verdi su un cuore in rovina". Sul palco, la deformità si fa poesia e la passione brucia con la stessa forza distruttiva della pazzia di Frollo.
La messa in scena ha toccato vette d'intensità memorabili. Le esecuzioni vocali, viscerali e impeccabili, si sono fuse con la dinamicità travolgente del corpo di ballo e degli acrobati, capaci di trasformare le scenografie monumentali in una palestra di pathos e atletismo. Quando le note iconiche di "Bella" e il gran finale di "Balla mia Esmeralda" sono risuonate nella notte, il confine tra artisti e spettatori è crollato del tutto: una standing ovation corale, fatta di lacrime, brividi a fior di pelle e un lungo applauso liberatorio, ha unito migliaia di voci sotto il cielo di Gallura.
Un evento di questa portata imponente, capace di sposare la complessa architettura visiva dello show con la suggestione visiva del mare, ha trovato una garanzia totale nell'organizzazione impeccabile curata da Vivo Concerti. La macchina produttiva ha saputo gestire con maestria millimetrica la complessa logistica di un colosso da tutto esaurito, regalando alla città di Olbia un'infrastruttura impeccabile e un'esperienza di fruizione visiva e sonora d'altissimo livello.
Quando i riflettori si spengono e il Molo Brin viene restituito al mormorio delle onde, resta la certezza di aver assistito a un rito collettivo destinato a rimanere nella memoria della città. Notre Dame de Paris lascia la Sardegna dimostrando che, finché ci saranno storie capaci di raccontare le ferite dell'anima con tale bellezza, il tempo delle cattedrali non finirà mai.















