C’è una magia particolare che accade quando due giganti della scena decidono di incrociare le armi, prestando le loro carriere monumentali a un testo che parla, inevitabilmente, anche di loro. 

Al Teatro Massimo di Cagliari, per la stagione "La Grande Prosa" del CeDAC, Umberto Orsini e Franco Branciaroli trasformano "I Ragazzi Irresistibili" di Neil Simon in un evento che va ben oltre il puro intrattenimento.

​Vedere Orsini e Branciaroli insieme sul palco è una lezione di storia del teatro vivente. Umberto Orsini, con la sua eleganza intessuta di collaborazioni con Fellini e Visconti, veste i panni del più mite Al Lewis. Al suo fianco, l’eclettico Franco Branciaroli — erede della grande tradizione di Testori e Ronconi — dà vita a un irascibile e istrionico Willy Clark.

​La loro capacità di abitare lo spazio scenico è straordinaria: non si limitano a interpretare due vecchi comici, ma mettono in scena un vero e proprio "gioco metateatrale". La loro è una "difficile alchimia", fatta di tempi comici perfetti, sguardi feroci e una familiarità che solo chi ha condiviso decenni di palcoscenico può possedere.

​La vicenda ci porta nel cuore del tramonto di una coppia d'oro del varietà americano, i "Sunshine Boys". Separati da undici anni a causa di incomprensioni insanabili, i due vengono chiamati a riunirsi per una sola sera in occasione di uno speciale televisivo dedicato alla storia del varietà.

​Tuttavia, il set diventa un campo di battaglia. Willy non ha mai perdonato ad Al i suoi "tic" professionali: quel dito puntato con troppa forza sul petto o le sibilanti "s" pronunciate sputacchiando, piccoli gesti che durante gli anni di successi si sono trasformati in torture psicologiche. L'incontro si trasforma così in un tragicomico duello, dove i vecchi sketches — come quello celebre del "Dottor Kronkheit" — riemergono tra un battibecco e l'altro, portandoci verso un finale tanto inaspettato quanto emozionante.

​Sotto la superficie delle battute fulminanti, la regia di Massimo Popolizio scava nel profondo, avvicinando Neil Simon alle atmosfere di Beckett o Cechov. Lo spettacolo non vuole solo far ridere, ma offrire uno "sguardo di profonda tenerezza" verso un mondo — quello del teatro — che mostra la sua fragilità proprio quando i suoi protagonisti si avviano sul viale del declino.

​Il vero insegnamento de I Ragazzi Irresistibili risiede nell'accettazione della natura effimera del successo e dell'inevitabile scorrere del tempo. Ci ricorda che, spenti i riflettori, rimane la solitudine dell'artista, ma anche quel legame indissolubile e "irresistibile" che solo l'arte e l'amicizia sanno creare, nonostante i rancori. È un omaggio alle "deliziose manie" e alle "tragiche miserie" di chi ha passato la vita a far ridere gli altri, scoprendo infine che l'unico pubblico che conta davvero è quello che ci resta accanto quando il sipario sta per calare.