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C’è un’emozione particolare in Stefano Fresi quando calca i palcoscenici della Sardegna. Per l’attore romano, non è solo un impegno professionale ma anche un piccolo ritorno a casa, essendo per metà gallurese.
L'attore ha desiderato esprimere profonda gratitudine per l’attenzione rara e preziosa che il pubblico isolano sa riservare al teatro, un calore che rende orgogliosi di circuitare in questa terra.
Lo spettacolo "Dioggene", scritto e diretto da Giacomo Battiato, non è però una semplice esibizione: è un trittico esistenziale che scuote le coscienze, dividendo la scena in tre quadri complementari.
Nel primo quadro, “Historia de Oddi, Bifolcho”, Fresi utilizza un autentico volgare duecentesco per raccontare la battaglia di Montaperti, feroce scontro tra Siena e Firenze. Oddi è un contadino toscano, un "bifolco" travolto dalla storia, che col suo linguaggio arcaico rappresenta la guerra eterna. Nel suo racconto emergono la paura, il dolore e la consapevolezza che, nonostante i secoli, la natura del massacro non cambia: cambiano solo i nomi delle vittime e dei carnefici
È una "storia di bifolchi", di una guerra brutale, di violenza, paura e dolore animati dall'odio... che ci ricordano come l'umanità sembri condannata a ripetere gli stessi orrori, rimandando sempre a domani la presa di coscienza necessaria.
Dalla polvere del Medioevo passiamo al "qui ed ora" del camerino di Nemesio Rea, l'attore di successo interpretato da Fresi. Qui la violenza si fa verbale e psicologica: mentre l’attore si prepara per andare in scena, non parla del lavoro, ma riversa sul pubblico il trauma di una rottura matrimoniale violenta appena consumata, fatta di grida e insulti.
Viene rappresentata la crisi dell’uomo moderno, il momento del caos, dove le "diavolesse animate dall'odio" prendono il sopravvento.
La società dipinta ha alzato troppo il volume della TV per non ascoltare la voce della propria coscienza, l'educazione e l'insegnamento hanno fallito nel prevenire l'abisso relazionale.
Il finale, “Er cane de via der Fosso d'a Maijana”, segna la rottura definitiva con il passato. Nemesio ha lasciato tutto: fama, denaro e ambizioni e vive felice dentro un bidone dell'immondizia.
Ispirandosi al filosofo greco Diogene (che scelse di vivere in una botte), Nemesio sceglie la povertà per trovare la vera libertà. Dal fondo di quel bidone, l'occhio si sposta verso l'infinito, nello squallore apparente esplode la bellezza e il bidone diventa una specola verso il cielo stellato.
Le immagini dei telescopi della NASA, le galassie e le nebulose diventano la prova di un’energia cosmica bellissima che schiaccia la meschinità del potere: "Galassie e nebulose che esplodono come draghi di fuoco, esopianeti spinti da venti stellari, una nube cosmica che non deve far paura, ma schiacciare, con la sua maestosa verità, gli asini al potere che rovinano la bellezza del nostro pallino blu".
È proprio questo l'invito finale a recitare bene la nostra parte... in questo "pallino blu", che è la Terra, che è la nostra casa.
Stefano Fresi non si limita a recitare: compie un vero e proprio tour de force interpretativo che giustifica ampiamente la sua fama di attore tra i più dotati della sua generazione. Essere "solo in scena" richiede un’energia costante: l'attore deve saper riempire il palco non con la scenografia, ma con volto e presenza scenica, capace di passare in pochi istanti dalla ferocia del soldato alla disperazione del marito tradito, fino alla serenità luminosa del barbone filosofo.
Dimostra, altresì, un'ottima capacita nel maneggiare registri opposti, dal colto e filologico volgare duecentesco -primo atto- alla parlata quotidiana e nervosa del secondo, fino al dialetto romano schietto e filosofico del terzo atto.
Lo spettacolo è un urlo di amore, inteso etimologicamente come a-mors (la "non-morte"), un invito a gioire dell'energia cosmica di cui siamo fatti.
Ci ricorda che la vita è uno spettacolo in cui non possiamo limitarci a guardare. Prima o poi dobbiamo recitare la nostra parte: il segreto è decidere di recitarla bene, restando umani in una società che spinge verso l'indifferenza.
In conclusione, "Dioggene" è una pièce tragicomica e surreale e il suo protagonista non è solo un interprete, ma un "filtro" attraverso cui passa tutta l'umanità, sfidata e incitata a ritrovare la meraviglia... "perché, in fondo, siamo polvere di stelle che ha smesso di guardare in su".








