La diagnosi di un tumore a soli 34 anni dopo tre missioni all'estero, in Kosovo, Etiopia-Eritrea e Albania, la sofferenza e la paura: è la storia di Cesare Salvo, militare dei Carabinieri originario di Cagliari, per cui, a distanza di due decenni, il Tar Sardegna ha riconosciuto la responsabilità del ministero della Difesa per la patologia tumorale e ha disposto un risarcimento dei danni superiore ai 260mila euro.

A rendere nota la vicenda è l'Osservatorio Nazionale Amianto.

Dopo il responso dei medici, Salvo ha dovuto affrontare anni difficili, tra interventi chirurgici e cinque cicli di chemioterapia, oltre alla paura di non riuscire a sopravvivere alla malattia.

Il suo, secondo le indagini, è un quadro caratterizzato dall'esposizione a molteplici fattori di rischio. La consulenza tecnica acquisita dai giudici ha preso in considerazione infatti la presenza di metalli pesanti, radiazioni ionizzanti e non ionizzanti, amianto e altre sostanze tossiche, oltre alle condizioni estreme affrontate durante le missioni.

Tra gli elementi considerati anche lo stress prolungato, l'ipervigilanza e il costante rischio per l'incolumità personale. La stessa consulenza tecnica descrive una sofferenza significativa e ricorda il timore per la propria sopravvivenza vissuto dal militare nel momento in cui si è trovato ad affrontare la malattia.

Il ministero ha contestato nel corso del giudizio sia l'esposizione che la correlazione tra i fattori ambientali e la patologia. Il Tar, tuttavia, ha ritenuto che gli elementi raccolti fossero sufficienti per riconoscere la responsabilità dell'amministrazione.

"Un militare sa che una missione può comportare pericoli e li affronta perché ha scelto di servire lo Stato - afferma Ezio Bonanni, presidente Osservatorio Nazionale Amianto e legale del militare -. Ma questo non significa che debba accettare anche rischi che possono e devono essere prevenuti. È qui che questa sentenza assume un significato che va oltre il caso di Cesare Salvo: chi serve il Paese ha diritto a sapere a cosa viene esposto e ad avere tutte le protezioni che le conoscenze disponibili rendono possibili. Per troppo tempo molti militari hanno dovuto combattere una seconda battaglia dopo essere tornati dalle missioni - sottolinea - prima contro la malattia e poi per ottenere il riconoscimento dei propri diritti. La sicurezza non può arrivare dopo, quando il danno si è già verificato. Deve precedere la missione, accompagnarla e continuare anche al rientro. È questa la tutela che lo Stato deve a chi lo serve".