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Gli affitti brevi non sottrarrebbero abitazioni al mercato residenziale, ma contribuirebbero piuttosto alla valorizzazione del patrimonio immobiliare esistente e allo sviluppo del turismo. È questa la lettura proposta dall’analisi del Centro Studi di AIGAB, presentata durante Extra2026 a Cagliari, con un focus specifico sul mercato sardo.
Il quadro regionale mostra una struttura abitativa fortemente caratterizzata dalla presenza di immobili non occupati. Su oltre un milione di abitazioni, la maggioranza risulta occupata da residenti, mentre una quota significativa è destinata all’affitto tradizionale. Tuttavia, circa un terzo del patrimonio immobiliare non risulta utilizzato stabilmente. Le case destinate agli affitti brevi rappresentano una porzione molto ridotta del totale, pari a poco più del tre per cento, elemento che secondo lo studio ridimensionerebbe il loro impatto sulla disponibilità abitativa.
Il confronto con il dato nazionale confermerebbe una dinamica simile. Anche in Italia, infatti, la quota di abitazioni non occupate è rilevante e nettamente superiore a quella degli immobili destinati agli affitti brevi, che restano una componente marginale del mercato complessivo.
Le differenze territoriali in Sardegna sono però marcate. Nei principali centri urbani come Cagliari, Olbia e Alghero il mercato appare più equilibrato, con livelli di residenzialità in linea con la media regionale. Nelle località a forte vocazione turistica come Arzachena, La Maddalena, Palau e Santa Teresa Gallura si registra invece un’alta incidenza di abitazioni non occupate, legata alla diffusione delle seconde case e alla domanda internazionale. In destinazioni ancora più stagionali come San Teodoro, Budoni, Villasimius e Stintino, la residenzialità è minima e il patrimonio immobiliare è in larga parte utilizzato solo nei periodi di maggiore afflusso turistico.
Quanto alla provenienza degli immobili destinati agli affitti brevi, lo studio evidenzia una composizione eterogenea: una parte rilevante deriva da eredità o da abitazioni rimaste sfitte per lungo tempo, un’altra da immobili precedentemente abitati dai proprietari e poi messi a reddito, mentre una quota minore proviene da acquisti a scopo di investimento. Solo una componente marginale risulta invece provenire dalla riconversione di case precedentemente destinate all’affitto a lungo termine.









