A quindici anni da quella notte del 2 maggio 2011, resta uno dei momenti più simbolici della lotta al terrorismo internazionale. Fu allora che il presidente degli Stati Uniti Barack Obama annunciò al mondo la morte di Osama bin Laden, ritenuto il principale responsabile degli attentati dell’11 settembre 2001 contro le Torri Gemelle e il Pentagono.

L’operazione si svolse nei pressi di Islamabad, in Pakistan, grazie a un intervento dei servizi speciali americani supportato da informazioni di intelligence. "Giustizia è stata fatta", dichiarò Obama, spiegando che il leader di Al Qaida era stato ucciso con un colpo di pistola alla testa.

Osama bin Muhammad bin Awad bin Laden, noto come Osama bin Laden, era considerato il fondatore e capo storico dell’organizzazione terroristica. Il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti aveva messo su di lui una taglia da 50 milioni di dollari, “vivo o morto”. Sotto la sua guida, Al Qaida aveva ampliato la propria struttura e il proprio raggio d’azione, trasformandosi in una rete globale con ramificazioni in Africa, Europa, Asia e negli stessi Stati Uniti.

Già nel 1988, insieme ad altri esponenti tra cui Ayman al-Zawahiri, bin Laden aveva firmato una ‘fatwa’ in cui si affermava che ''uccidere gli americani e i loro alleati, civili e militari, è un dovere individuale per ogni musulmano che possa farlo in ogni Paese ove sia possibile''. Un documento che segnò l’avvio di una stagione di terrorismo su scala internazionale.