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C’è un momento esatto in cui l’invisibile si fa carne, in cui l’anima decide di abitare il corpo. Nella millenaria medicina cinese quel momento coincide con il Chi, l’aria, il soffio vitale che permea ogni cellula e la vivifica. Potrebbe sembrare un’astrazione filosofica, ma per chi si trova a fare i conti con il corpo che soffre, con la gestione del dolore cronico, quel soffio diventa l’unica àncora possibile.
È da qui, da questo primordiale atto di esistenza, che si sprigionano le note di "Aria", il brano che Giovanni Allevi mette a manifesto del suo ritorno più intimo.
Il compositore e pianista marchigiano ha fatto tappa in Sardegna, al Teatro Lirico di Cagliari e al Comunale di Sassari, per due straordinari concerti -che hanno registrato quasi il tutto esaurito- organizzati dal CeDAC, eccellenza e riferimento per le manifestazioni culturali sarde, giunto -con la sapiente guida del presidente Antonio Cabiddu e della direttrice artistica Valeria Ciabattoni- ai 30 anni di attività.
La musica di Allevi oggi non è solo composizione: è una terapia del respiro, un ponte gettato tra la fragilità umana e l’infinito.
Il suo percorso artistico ed esistenziale si muove da sempre su questo crinale: il dimenarsi della vita contro la costrizione delle avversità. "Ora la mia missione è celebrare la gioia della vita!" esclama infatti il musicista.
In "No more tears", questa tensione si fa quasi fisica. Il pianoforte cattura una disperazione di fondo, ma rifiuta categoricamente di arrendersi a un destino avverso. Le note rotolano, si rincorrono, e l’uso sapiente del pedale permette alle corde di risuonare tutte insieme, in un abbraccio acustico che svela una verità profondissima: gioia e dolore non sono opposti, ma due linee melodiche della stessa, complessa armonia.
È la stessa urgenza che si ritrova in "Kiss me again", un disperato e bellissimo canto d'amore alla vita: “Vita mia bella, ora che mi sfuggi dalle mani, regalami ancora un altro abbraccio, un altro bacio”.
Un brano che dialoga a distanza con la freschezza di "Japan", la prima composizione in assoluto di Allevi, scritta a soli 17 anni, quando il futuro era ancora una pagina bianca da riempire.
Il compositore ascolano si muove tra i giganti del pensiero con la leggerezza di chi sa tradurre la complessità in emozione. Quando evoca le prime righe della Filosofia del diritto di Hegel e la celebre massima “Qui è la rosa, qui danza”, Allevi ne coglie la doppia anima.
Da un lato l’assoluto, Dio, che non può nascondersi dietro la rigidità dei concetti ma va riconosciuto nel "qui e ora" di una rosa; dall'altro, l’immagine profana della pista da ballo di una società contadina, dove la sera ci si incontrava e nascevano le storie.
Nasce così "Qui danza", un pezzo votato a un jazz contemporaneo, sghembo e vitale, che forse poco avrebbe azzeccato con l'ostico linguaggio hegeliano, ma che al pianista — per sua stessa ammissione — "è venuto così", libero e imprevedibile.
Il gioco degli specchi tra il sacro e il quotidiano è una costante del mondo di Allevi. Citando il De Trinitate di Sant’Agostino — opera monumentale costata all'autore 21 anni di lavoro — il pianista si sofferma su un concetto ripreso poi da San Tommaso d'Aquino: creando il mondo, Dio lo ama e, amandolo, lo conosce fino all'ultimo atomo. Nella creazione, amore e conoscenza coincidono. A questo pensiero altissimo è ispirato Come sei veramente, un brano inizialmente dedicato all'amore puro, poi ironicamente diventato la colonna sonora internazionale di uno spot automobilistico. "Ogni volta che lo suono, mi vedo passare un’automobile davanti" confessa il maestro, con quel pizzico di autoironia che lo rende unico.
Ma è l'esperienza della malattia oncologica ad aver scavato i solchi più profondi, avvicinandolo alla filosofia stoica. Se Seneca insegnava a non curarsi del giudizio altrui perché il tempo si porta via ogni cosa, Marco Aurelio usava la metafora dello spazio: il giudizio degli altri è una gocciolina infinitesimale immersa in un universo infinito (un'intuizione che anticipa di secoli la teoria dei molti mondi di Giordano Bruno). Da qui l'invito radicale, quasi rivoluzionario nell'era dei social network: vivi in disparte, non cercare gratificazioni esterne, ma costruisci un tempio interiore. Da questa filosofia nasce "Go with the flow": seguire il flusso della vita ininterrottamente, qualunque cosa accada.
La musica di Allevi si nutre anche di dettagli minimi, di coincidenze metropolitane. "Ti scrivo" nasce a Milano quando il compositore aveva 28 anni, appena trasferito da Ascoli Piceno. In metropolitana, la rottura di una busta piena di mele genera un ritmo di caduta che gli si pianta in testa; le mani sulla tastiera iniziano a muoversi come una penna su una pagina, traducendo in musica quel groppo in gola che tutti portiamo nel cuore per una persona a cui avremmo voluto dire qualcosa.
Se in "Luna" si esplora la sfumatura, quella zona d'ombra non ammessa dalla luce solare della pura ragione — un momento magico in cui non è chiaro dove finisca l'anima e cominci il mondo — è in "Tomorrow" che la musica si fa miracolo. Scritto su un letto d'ospedale durante una lunga degenza, il brano sfida la fredda logica dei numeri.
Le statistiche dicono che il domani di un malato oncologico non può spingersi troppo in là. "Ma io non credo nelle statistiche", dice Allevi. Il suo domani diventa un "presente allargato", dove ogni alba è una promessa e ogni tramonto un arrivederci.
L’album non risparmia uno sguardo inquietante sulla modernità con "Our future". Allevi ci ammonisce: abbiamo confuso l'avanzamento tecnologico con il progresso della civiltà. Il mondo ipertecnologico ha calato una cappa artificiale sulla natura e sulle forze ancestrali, sacre e mistiche che da sempre abitano il cuore umano.
È lì, sotto quella cappa che dobbiamo togliere, che risiede il segreto dell'armonia.
Il viaggio si chiude tra le inquietudini quotidiane di "Panic" (lo stato d'animo abituale dell'artista) e la delicatezza eterea di "My angel", dedicato all'angelo custode, la figura celeste più vicina all'uomo, personificazione di un'anima cara perduta che sentiamo ancora vicina. Il circolo delle note mima il battito delicato di quelle ali, offrendo un senso di protezione totale.
Fino alla commovente "Helena", una meditazione per sola mano destra dedicata a un'amica pianista che ha perso l'uso della sinistra in un incidente, e all'inafferrabilità di "Prendimi".
Giovanni Allevi ci consegna non solo un concerto, ma un diario intimo e filosofico. La dimostrazione che, finché ci sarà un respiro, ci sarà una nota capace di trasformare il dolore in assoluta bellezza, e che -citando Confucio- "La musica produce un tipo di piacere di cui la natura umana non può fare a meno!".






