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Perplessità sulla scelta della Regione Sardegna di realizzare un Dizionario etimologico-fonologico sardo-italiano/italiano-sardo assumendo come riferimento la Limba Sarda Comuna (LSC), con un investimento di oltre 163mila euro. A esprimerle sono Antonio Pani, Delegato della Città Metropolitana di Cagliari alle Politiche identitarie, e Gianluigi Loru, vicepresidente della Provincia del Sulcis Iglesiente.
Secondo i due rappresentanti istituzionali, l’iniziativa rischierebbe di anticipare scelte linguistiche che la legge regionale affida invece a un percorso più ampio. In particolare, richiamano l’articolo 8 della legge regionale 22 del 2018, che assegna alla Consulta de su sardu il compito di elaborare una proposta di standard linguistico e norma ortografica considerando le macrovarietà storiche campidanese e logudorese, le parlate locali e la LSC sperimentale.
Pani e Loru ricordano inoltre la deliberazione con cui, nel 2010, il Consiglio della Provincia di Cagliari adottò ufficialmente la Norma Campidanesa per l'uso della lingua sarda negli atti dell'amministrazione. Per i due, il Campidanese rappresenta una delle principali radici storiche e culturali della lingua sarda e non dovrebbe essere marginalizzato da una standardizzazione in LSC.
«Il Campidanese non rappresenta un ostacolo all’unità della lingua sarda. È una delle sue grandi radici storiche, culturali e popolari», affermano, chiedendo alla Regione chiarimenti sulla scelta della LSC e sulle garanzie per Campidanese, Logudorese e altre parlate territoriali.
«La Sardegna non ha bisogno di cancellare le differenze per sentirsi unita. Ha bisogno di riconoscerle, rispettarle e trasformarle nella propria ricchezza».






