Aveva concluso “con successo” in carcere un percorso di rieducazione e deradicalizzazione, ma nonostante questo è stato espulso dall’Italia dopo la condanna. Il caso, sollevato da un avvocato di Torino, riguarda un giovane originario del Bangladesh che viveva a Genova con i genitori e un fratello e che, prima dell’arresto, lavorava come operaio per l’Ansaldo. Ora è stato rimpatriato nel Paese del Sud est asiatico, mentre il suo difensore, Gianluca Vitale, sta predisponendo i ricorsi all’autorità giudiziaria.

Il ragazzo era stato arrestato dalla polizia per aver condiviso online contenuti ritenuti apologetici dell’Isis e della jihad. Successivamente era stato condannato a due anni e otto mesi di reclusione, con l’applicazione della misura di sicurezza dell’espulsione. Durante la detenzione nel carcere di Sassari aveva preso parte a un progetto di deradicalizzazione coordinato da Diletta Berardinelli, oggi garante per la Città di Torino delle persone private della libertà personale. L’esito, secondo quanto emerso, era stato positivo: le relazioni del penitenziario erano favorevoli e il giovane aveva ottenuto anche la liberazione anticipata.

Nonostante ciò, la misura di sicurezza è rimasta valida. Subito dopo è stato trasferito nel Cpr di Macomer, da cui è stato rilasciato per mancata convalida del trattenimento. Durante il rientro verso Genova, però, è stato nuovamente fermato in una stazione ferroviaria e portato nel Cpr di Ponte Galeria. Dopo un ulteriore rilascio, una volta tornato a Genova, è stato infine accompagnato alla frontiera per l’espulsione.

"Mi chiedo - commenta l'avvocato Vitale - dove è finito il principio della finalità rieducativa della pena. Le soluzioni alternative all'espulsione ci sono: un esempio è la libertà vigilata. In ogni caso, la posizione del mio assistito deve essere riesaminata".