Il primo caso umano di influenza aviaria registrato in Italia, individuato in Lombardia, riaccende l’attenzione su questi virus, pur senza generare allarme. Si tratta di un’infezione da ceppo A(H9N2), contratta all’estero da un uomo proveniente dall’Africa e classificata a bassa patogenicità. Tutti i contatti del paziente sono risultati negativi, confermando che “non vi è evidenza di trasmissione interumana” e che “non c’è alcun allarme in Italia”, come sottolineato dall’epidemiologo Gianni Rezza.

L’influenza aviaria è una malattia virale che colpisce principalmente gli uccelli, in particolare quelli selvatici acquatici, e solo raramente può trasmettersi all’uomo. Il contagio avviene quasi sempre attraverso il contatto diretto con animali infetti o con ambienti contaminati, ad esempio inalando particelle presenti in allevamenti o materiali infetti. Non esistono evidenze di trasmissione attraverso il consumo di carne o prodotti derivati, soprattutto se correttamente trattati e cotti.

Dal punto di vista clinico, i sintomi nell’uomo sono spesso assenti o lievi: febbre, tosse, malessere generale, simili a una comune influenza. “Nella grandissima maggioranza dei casi umani si tratta di infezioni asintomatiche oppure di sindromi simil-influenzali”, spiegano gli esperti. Tuttavia, altri ceppi come H5N1 hanno mostrato in passato una maggiore gravità, con un numero limitato ma significativo di casi e un alto tasso di letalità.

Il rischio principale, oggi, non è legato alla situazione attuale ma alla possibilità che questi virus mutino e acquisiscano la capacità di trasmettersi tra esseri umani. “Quest’episodio è comunque importante perché ci ricorda come siano numerosi i virus, d’origine aviaria o anche suina, che possono fare il salto di specie e avere quindi un potenziale pandemico”, evidenzia Rezza.

Per questo la sorveglianza resta elevata: in Italia il monitoraggio coinvolge servizi veterinari, Istituto Superiore di Sanità e una rete di laboratori che analizza sia i virus negli animali sia le sindromi respiratorie nell’uomo.

Per la popolazione generale il rischio è considerato basso. È comunque consigliato evitare il contatto con uccelli selvatici, soprattutto se malati o morti, e mantenere buone norme igieniche nella manipolazione degli alimenti.

Attenzione anche agli animali domestici: il rischio di infezione per cani e gatti è ritenuto basso, ma possibile in caso di esposizione a uccelli infetti. Per questo è importante evitare che entrino in contatto con volatili e non alimentarli con carne cruda o prodotti non controllati, soprattutto nelle fasi di circolazione del virus.