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SILIQUA 

Elisa Marongiu: “Fare musica è strappare un pezzo di sé per donarlo ad un altro”

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del 26/01/2017
di Francesca Melis

Sguardo determinato. Sorriso che svela la sua dolcezza. Si siede. Cerca di nascondere il suo imbarazzo Elisa, mentre cerca qualcosa nella sua borsa. Le tremano le mani. Mi guarda  “ Sono pronta”, dice. Sigaretta e caffè. Incrociamo gli sguardi e lei inizia a raccontarsi.

Quando hai iniziato ad interessarti alla musica?

Non c’è una data precisa. A casa mia nessuno ha mai ascoltato musica sarda, ma, da quello che raccontano, io ero quella che prendeva il telecomando e sintonizzava il televisore sulla trasmissione Sardegna Canta. Ricordo che quando andavo alle feste paesane con mio nonno, grande appassionato di Cantarasa, invece di andare a giocare con gli altri bambini, io mi sedevo in prima fila insieme a lui per seguire is Cantarasa e, nonostante durassero due ore, restavo lì e le ascoltavo con attenzione. Il mio interesse è nato così: ascoltando e custodendo ciò che ascoltavo.

Parlami del tuo percorso artistico.

All’età di 16 anni arriva l’incontro con gli Actores Alidos ed è grazie a questa compagnia che faccio i miei primi ingressi sul palcoscenico. Una collaborazione che va avanti da ormai 11 anni. Grazie a loro ho avuto la fortuna di conoscere Orlando Mascia che lavora con gli Alidos da tanti anni. Non esagero se dico che Orlando mi ha corteggiato per due anni, fino a quando poi io gli ho detto “ ma si dai proviamo!”. Avevo 20 anni, ma siamo ancora qui.

 

Quindi il tuo percorso concretamente inizia a 16 anni. Lla tua famiglia come ha accolto la questa tua scelta?

Io penso di essere stata molto fortunata, perché sono nata in una famiglia di persone intelligenti.  I miei genitori hanno sempre pensato che la musica potesse essere non solo una passione, ma anche un lavoro. Molte persone mi chiedono “cosa fai per vivere?” e io   rispondo “canto”, con faccia perplessa dicono: “ si ma il tuo lavoro vero qual è?”. Ti raconto questo per evidenziare come, purtroppo, ancora non l’arte non sia vista come un lavoro, un impegno serio e costante, bensì  come un’esperienza giocosa e basta. Ma non c’è solo il divertimento, c’è anche l’altro lato della medaglia che nessuno vede, ma c’è. La mia famiglia mi ha spinta ad andare avanti in ciò che credevo, prima mamma e papà, poi mio marito. Lo hanno fatto con tatto e senza mai farmi sentire tronfia. Mio padre per esempio, non mi ha mai detto “ sei stata brava”, bensì diceva “ molto bello ma…”, questo “ma” mi ha sempre spinto a crescere, sono stati bravi a spronarmi. Vengo da una famiglia molto umile che mi ha insegnato lo spirito del sacrificio, dove nessuno ti regala niente, devi sudare, devi guadagnarti le cose in maniera onesta. Purtroppo anche in questo mondo ci sono le vie preferenziali, sono molto più facili, ma a me non darebbero la stessa soddisfazione.

 

Tra le tue varie esperienze, quali sono quelle che ricordi con maggiore soddisfazione?

Io non amo molto parlare del mio percorso artistico perché mi sa di pallerenzia,  è una cosa un po’ antipatica. Penso la gente ti debba giudicare non dal curriculum, ma da ciò che dai sul palco. Esperienze belle, nonostante i miei 27 anni, ne ho tante alle spalle. Sicuramente tra le più significative ricordo il Premio Maria Carta vinto con gli Actores Alidos quando avevo 17 anni. Ho partecipato al Primo Maggio a Roma, dove ho cantato all’auditorium, spazio in quell’occasione dedicato alla musica popolare. L’evento è organizzato da Ambrogio Sparagna e dall’ orchestra popolare italiana, con cui, ancora oggi, ho mantenuto i contatti. Ho partecipato a diversi festival internazionali e questo mi ha permesso di sostare in vari paesi dell’Europa e conoscere persone incredibili dalle molteplici potenzialità. Però fondamentalmente sono persona un’emotiva e quando canto per le cosiddette categorie deboli piango e  mi sento appagata. Il regalo più bello per me è vedere un sorriso sgangherato e regalare la gioia a chi in quel momento ne ha bisogno.

 

Quali sono i tuoi punti di riferimento? Chi i tuoi Maestri?

( sorride.) Questa è tosta… Questa è davvero tosta! Sono davvero tante le persone a cui mi ispiro, ma se devo fare qualche nome allora non posso a fare a meno di citare Orlando Mascia. Considero Orlando uno dei miei più grandi Maestri, mi ha spalancato le porte di un mondo che io non conoscevo. Non sapevo ballare neanche il ballo sardo, non conoscevo la cadenza, era per me un mondo assolutamente nuovo ed è suo il merito di avermelo fatto conoscere e apprezzare. Poi, nel mio cammino ho incontrato un altro grande Maestro Bruno Camedda, dal quale ho avuto modo di conoscere un’altra parte di questo mondo. Lui nasce come jazzista, “jazza” su  quella che è la tradizione e, con i suoi insegnamenti mi ha dato l’opportunità di approcciarmi anche in un altro modo a questo mondo.

 

Raggiungere un proprio stile, una propria identità quanto è importante per un cantante?

È fondamentale, ma è anche la cosa più difficile. Se tu ascolti un po’ in giro vedi che ci sono  tante brutte copie di tutti. Io trovo sia molto più ostico ricalcare un’altra persona, un altro stile e farlo in modo da rendergli giustizia, piuttosto che crearsi uno stile proprio. Crearsi uno stile proprio, ovviamente, comporta sacrifici:  prima di tutto devi ascoltare di tutto, poi devi essere in grado di rimpastare tutto ciò che hai catturato e a questo punto  devi capire cosa possiedi, guardarti allo specchio, tirare le somme e trovare la tua identità. L’aspetto più difficile è trovare un’identità senza mai offendere la tradizione, quindi fare innovazione, trovare un proprio stile, ma rimanendo fedele a quelle che sono le tue radici.

 

Che cos’è la musica per te?

La musica per me è principalmente un mezzo di comunicazione. In passato ho avuto diverse difficoltà ad esprimermi, perché avevo una guerra in testa e mettere per iscritto o parlare di quello che mi passava per la testa era davvero difficile per me. Con la musica ho trovato un mezzo che mi permettesse di canalizzare tutte le mie esperienze di vita, belle e brutte e in qualche modo donarle. Io quando canto mi svuoto. Quando scendo dal palco sono vuota, stanca, mi capita anche di piangere dalla stanchezza, ma non è un pianto di tristezza, ma di liberazione.

 

Quindi cosa provi quando canti?

Sicuramente gioia pura.  Io canto sempre su note gravissime e altissime, ovvero ho momenti di tristezza profonda e sono i momenti in cui produco maggiormente. Poi ci momenti di spensieratezza, quella tipica dei bambini, dove canto di pancia, questi me li sento tutti addosso ed è come se vibrassi dalla testa all’unghia del piede. Tutte queste energie, sensazioni, che io amo definire “radici dorate”, si congiungono  poi con i musicisti, diventando infine un tutt’uno. Stare sul palco è energia, energia pura. Poi ovviamente c’è il pubblico, che è fondamentale. Se tu produci quel tipo di energia, il pubblico la assorbe e te la rimanda, quindi è uno scambio continuo.

 

Com’è il tuo rapporto con il pubblico?

È un rapporto splendido. Il pubblico è una famiglia.  Sto sul palco così come sto sul divano di casa, non ho filtri. Tendo fin da subito ad approcciarmi in modo confidenziale, naturale, spontaneo,  perché per me  il pubblico è casa e in quel momento mi sta vedendo nuda, non ho barriere, non ho corazze, sono semplicemente io. Sento e vivo completamente la performance. 

 

Pensi che  i musicisti siano dei privilegiati?

In realtà io penso che la figura del cantante, del musicista sia sopravvalutata. Certamente chi sta sul palco ha un talento, però ha un talento anche chi coltiva le patate, chi sa fare gli impianti idraulici e via di seguito. Ognuno ha le proprie capacità e tutti sono utili llostesso in una società. Quindi penso che un musicista venga trattato da privilegiato, ma non credo assolutamente sia più importante di un uomo che coltiva le patate, servono tutti, e tutti creano un equilibrio, siamo e dobbiamo sentirci tutti sullo stesso piano.

 

Tre parole a cui Elisa Marongiu non può rinunciare nella sua professione.  

Onestà intellettuale, che si tramuta in rispetto verso sé stessi e verso ciò che si sta facendo.

Leggerezza: la gente quando va ad ascoltarti h necessità di provare leggerezza, non di essere appesantita. Siamo in un momento storico veramente pressante, noi abbiamo il compito di regalare leggerezza a quelle persone, fosse anche solo per mezz’ora, ma glielo dobbiamo.

Studio e sacrificio: si può nascere con un talento, ma sicuramente se tu non investi, non fai sacrifici, non studi, non piangi e non sanguini non puoi andare avanti. Fondamentalmente fare musica è strappare un pezzo di sé per donarlo ad un altro, quindi ci vuole anche una forma di altruismo, perché il pubblico ti rende tanto, ma ci sono anche giorni in cui ti svuota completamente e tu torni a casa e non hai più niente e devi ricostruire sulle macerie.

 

Un po’ come la Fenice.

Assolutamente si. Ogni volta che tu torni a casa tu muori, muore parte di te e, se non sacrifichi per migliorarti, non riesci a rinascere dalle tue stesse ceneri e rimarrai sempre cenere.

 

Nel tuo vissuto che posto trova la musica?

Non credo che la musica abbia un posto nel mio vissuto, quanto un posto in me. La musica è il mio canale comunicativo principale è dunque una parte di me, non ha un posto nel mio vissuto ma è semplicemente parte di me. Vedi io credo che oggi  uno dei problemi è che molti fanno musica solo allo scopo di guadagnare, è giusto i soldi arrivino perché comunque tu stai lavorando e perché ci sono i sacrifici, però se tu lo fai solo per quello scopo, la qualità è abbastanza mediocre, perché  non ci stai mettendo quello che sei, la tua passione, il tuo amore, la tua energia.

 

Prima di farne parte come immaginavi il mondo folkloristico sardo e come lo hai trovato una volta dentro?

Non vedevo l’altro lato della medaglia, quello fatto di sofferenza, vedevo solo i coriandoli e le trombette. Una volta entrata dentro mi sono resa conto che il 90% delle persone che fa  folk in Sardegna è costituito da uomini. Questa è una bella battaglia da combattere, perché gli stereotipi di genere ci sono, sono insiti nella nostra società e la Sardegna non ne è minimante esclusa. Troppo spesso capita che venga detto che se sei sul palco non è perché sei brava ma perché sei una puttana.  In pratica tu il palco non  te lo sei guadagnato con dedizione e sacrificio, ma lo hai avuto in cambio di altro. Questo non è bello e non ci fa onore.

 

Questa problematica l’hai avvertita anche sulla persona?

Purtroppo sì, troppe volte. Però, ho la fortuna di essere nata maschiaccia, ho il mio bel caratterino e non mi faccio mettere i piedi in testa. Devo ammettere che è una lotta quotidiana. Ho fatto le mie esperienze di vita e anche artistiche di cui vado fiera, però oggi, arrivata a 27 anni, io scelgo. Scelgo le persone di cui circondarmi, cerco persone che siano pulite, che mi facciano sentire a casa e che vedano in me semplicemente quello che posso dare con la mia voce. Perché solo questo voglio trasmettere. Mi risento molto del fatto che ci siano donne che presentano immagini di sé stesse distorte, che danno più importanza al vestito  e non al talento. Questo è, a mio avviso, terreno fertile per i pregiudizi e i luoghi comuni, purtroppo capita spesso che tutte vengano etichettate con un’immagine irreale e antipatica. Una donna deve lavorare il doppio rispetto ad un uomo, se non altro per farsi rispettare.

 

Tu pensi possa cambiare questo aspetto?

Certo, può cambiare. Io ci credo tanto, altrimenti avrei già gettato la spugna più volte. Sicuramente è un percorso lungo, che deve partire dalla donne e dalle madri, le quali dovrebbero educare i figli e le figlie allo stesso modo nel rispetto dell’altro genere.

 

Pensi che nel panorama musicale isolano ci sia spazio per tutti?

Credo fermamente che ci sia spazio per tutti. C’è spazio per chi vuole tenere immacolata la tradizione, c’è spazio per chi vuole fare innovazione. Ciò che rovina questo mondo è  il continuo criticarsi; questo essere snodati, non aiuta. Sembra che tutti debbano obbligatoriamente farsi la guerra, ma non abbiamo ancora capito che siamo tutti sulla stessa barca, viviamo tutti le stesse problematiche. Ognuno di noi vive una guerra in qualche modo, quindi perché rimanere lì a farsene un’altra? La vita è talmente breve che dobbiamo semplicemente godercela.

 

Hai un progetto ideale e concettuale cui arrivare come massima aspirazione?

Progetti ideali e utopici ne ho davvero tanti, ma bisogna fare i conti con la realtà. Innanzitutto con la situazione economica, perché per un progetto che abbia un  ampio riscontro bisogna fare un investimento economico non indifferente. Ma devi investire anche il tuo tempo in modo intelligente e soprattutto devi trovare le persone giuste. Io sto camminando da 10 anni su questa strada e sto incrociando sguardi. Sto semplicemente  raccogliendo, poi arriverà il momento della mia vita in cui io potrò tirare le somme e unire queste persone. Al momento sono un po’ sparse per il mondo, ma so che ci sono e che sono quelle giuste.

 

Obiettivi da raggiungere?  Progetti presenti e futuri?

Io punto sempre molto in alto  e questo puntare in alto mi permette di crescere. Dove arriverò non lo so, non ho una meta prestabilita, finché c’è vita, c’è crescita.

Ad oggi all’attivo ho tre collaborazioni molto importanti. Quella con gli Actores Alidos, con i quali abbiamo in programma diversi concerti di canti a cappella. Continua la mia  collaborazione con i  Cuncordias. Orlando, Bruno ed Eliseo sono la mia famiglia, io con loro mi sento a casa. Loro mi hanno insegnato tanto sia dal punto di vista musicale che umano, perché nonostante siano dei grandissimi maestri sono “Umili fra gli umili”.

Poi c’è una grande novità, di cui sono molto orgogliosa. Da quest’anno entrerò a far parte di una nuova famiglia, i Dilliriana, formazione di grandi artisti consolidati da ormai diversi anni. Penso che per presentarli basti il nome,  tutti conoscono i Dilliriana, tutti  sappiamo quanto sia immenso il loro valore come uomini e come artisti.

 

La collaborazione con i Dilliriana ti porterà a cantare al fianco di Carlo crisponi.

Si, sono davvero felice e fiera di aver ricevuto e accettato questa proposta. Due parole vorrei spenderle proprio per il mio futuro collega. Carlo è stato per me il mio punto di riferimento, perché lui ha saputo prendere al tradizione e farla sua senza mai violentarla, ha rinnovato senza mai rinnegare o fare un torto a quelle che sono le sue radici. Io penso di avere tantissimo da imparare da lui, per me non può che essere un onore lavorare al suo fianco.

 

 

 

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