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La comunità di Nulvi è ancora attonita. La notizia della morte di Giuseppe Spanu, l'operaio 35enne ucciso dalle fiamme nel carcere di Bancali, ha lasciato familiari, amici e conoscenti storditi dal dolore.
Nella tarda serata di giovedì, il giovane, che si trovava nel reparto Sai dedicato alla cura dei detenuti, avrebbe dato alle fiamme un materasso rimanendo gravemente ustionato e intossicato e perdendo così la vita nonostante i soccorsi.
«Praticamente non ci hanno dato nessuna spiegazione», spiega a Sardegna Live la zia Vittoria, che si fa portavoce della sofferenza della famiglia ponendo una fitta serie di domande: «Anche se avesse dato fuoco al materasso in cella con un accendino, quanto si possono propagare le fiamme? In quanto tempo? Quanto è passato prima che qualcuno intervenisse? Ci sono rilevatori di fumo nelle carceri? E nelle celle? Le telecamere di videosorveglianza hanno ripreso qualcosa? È possibile che non ci si sia resi conto in tempo di quanto stava accadendo?».
«AGGREDITO DA ALTRI DETENUTI A MAGGIO»
Secondo quanto confermato dalla famiglia, la vittima si trovava in un'area protetta e sorvegliata del carcere sassarese «dopo che a inizio maggio era stato aggredito da altri detenuti che gli avevano lanciato addosso dell'olio bollente attraverso le grate causandogli delle ustioni».
«Di questa vicenda – racconta la zia – non eravamo stati nemmeno informati. Lo ha scoperto l'avvocato nelle ore successive quando ha incontrato Giuseppe in tribunale per un'udienza trovandolo con testa, volto e braccio bendati. Ci siamo recati in carcere il giorno stesso e fortunatamente lo abbiamo potuto incontrare».
«Da quel momento è stato trasferito nell'area dove si trovava fino al momento della sua morte. Trascorreva le giornate in cella da solo, sebbene ultimamente avesse manifestato l'esigenza di tornare in mezzo agli altri detenuti per poter interagire con qualcuno».
«ERA CONVINTO CHE VOLESSERO UCCIDERLO»
«In queste settimane, più volte, ha manifestato alla madre e ad altri visitatori la paura che qualcuno potesse fargli del male. "Mi vogliono fare fuori", diceva. Aveva paura di morire in carcere», spiega ancora la zia Vittoria a Sardegna Live.
Come mai era convinto di questo? «Probabilmente era stato minacciato. Giuseppe era una persona buona, ma era anche un ragazzone di un metro e novanta. Quando a causa della sua patologia (aveva dei disturbi psichiatrici, ndr) andava in crisi si agitava e poteva spaventare, ma non ha mai fatto del male a nessuno. Magari ha avuto degli screzi con qualche altro detenuto, l'aggressione di maggio potrebbe inserirsi in questa dinamica».
UNA VITA COMPLICATA
Quella della vittima non è stata una vita semplice. «Abbiamo combattuto per 19 anni per sottrarlo a questa condizione e ai suoi disturbi associati, purtroppo, all'uso di droghe fin da giovane. Il primo TSO gli fu fatto a 17 anni, da allora è stato un travaglio continuo". Giuseppe era seguito presso il Centro di Salute Mentale. «Non c'era una diagnosi effettiva, e negli anni è stato rimbalzato più volte dal CSM al SERT».
«NON SI VOLEVA SUICIDARE»
«Una cosa è certa – spiegano i familiari – in tutti questi anni non ha mai manifestato la voglia di farla finita, nemmeno nei momenti più bui».
Negli ultimi tempi, il giovane era parso profondamente turbato. «Già qualche mese fa i suoi compagni di cella lo avevano accusato di aver provato a dare fuoco a un materasso, ma lui aveva negato tutto. Magari era vero e stavolta ha riprovato, però, essendo solo, nessuno ha potuto dare l'allarme. Ma la domanda è sempre la stessa: come è possibile che nessuno si sia reso conto in tempo se addirittura alcuni residenti della borgata di Bancali hanno raccontato di aver sentito odore di bruciato fin dentro casa?».
«Abbiamo letto che si è barricato in bagno, ma com'è possibile barricarsi in bagno in una cella? Non puoi bloccare le porte, non ci sono chiavi, non ci sono armadi. Ancora non abbiamo idea delle condizioni del suo corpo, in attesa dell'autopsia non ha potuto vederlo neppure la madre».
I familiari avevano incontrato la vittima una settimana prima del dramma, giovedì 23 luglio. «Era l'ultima delle sei visite mensili concesse. Era molto preoccupato, sebbene più sereno dal punto di vista psicologico. Aveva paura di dormire, diceva alla madre: "Se qua dormo mi uccidono". Insomma, le nostre perplessità e i nostri dubbi non sono campati in aria, vorremmo avere risposte e chiarezza».






