PHOTO
Ha commosso l'opinione pubblica la vicenda del 36enne di Nulvi morto carbonizzato nei giorni scorsi in una cella del carcere di Bancali, a Sassari. L'uomo, in cura da tempo nel reparto Sai della struttura detentiva, si sarebbe barricato in stanza, ostruendo l'ingresso prima di dare fuoco alle suppellettili e al letto. Così avrebbe perso la vita.
Tanti i commenti di cordoglio e solidarietà comparsi sui social, ma tanti anche gli interventi che la garante dei detenuti sarda Irene Testa definisce "di una violenza inaudita".
"SOCIETÀ PRIVA DI CULTURA GIURIDICA"
"Ho letto messaggi di una violenza verbale sconcertante – osserva Irene Testa intervistata da Sardegna Live – a fronte della drammatica fine di un ragazzo morto carbonizzato, che si è dato fuoco perché stava male e aveva dei disagi importanti per i quali, probabilmente, non doveva neanche essere curato dentro un carcere".
"Tra l'altro, il giovane si trovava in cella per aver commesso reati di poco conto e dovuti al suo stesso disagio. Due sono le cose: o si tratta di analfabetismo funzionale e la gente non legge neanche i contenuti che vengono condivisi, o altrimenti io trovo atroce che ci sia una parte della società che davvero è priva di cultura giuridica, non sa che cos'è il diritto, non capisce che anche chi ha sbagliato deve vivere secondo costituzione, sui principi dello stato di diritto".
"OFFESA LA MEMEORIA DI UN RAGAZZO"
"Non si comprende o non si vuole comprendere – ancora Testa – che una garante non sta difendendo il delinquente, ma sta difendendo il diritto. Quello che mi addolora maggiormente, però, è che si offende la memoria di un ragazzo di 35 anni, senza rispetto per la sofferenza di una famiglia afflitta da una vicenda che può toccare a chiunque, perché non c'è chi è più buono e chi è più cattivo di un altro, chi è meglio, chi è peggio. C'è che la vita a volte ti riserva delle situazioni difficili da affrontare".
"Un ragazzo così potrebbe essere il figlio, il fratello o l'amico di tutti e certe volte sarebbe meglio tacere. Quando si parla di carceri in generale il dilagare di commenti assurdi è dovuto a una mancanza di strumenti evidente. Lì bisognerebbe fare tutto un lavoro informativo e culturale molto lungo, perché in tanti hanno responsabilità se una parte della società non comprende. Ma quando si tratta di un caso del genere, dove i titoli dei giornali sono sembrati abbastanza chiari, "Morto carbonizzato in cella", certi commenti sono dovuti a pura cattiveria".
"SERVIREBBE REGOLAMENTARE I SOCIAL"
"A questo punto ritengo davvero che ci dovrebbe essere una regolamentazione differente dei social. Io arrivo da un partito – il Partito Radicale, ndr – e da una radio dove Marco Pannella creò Radio Parolaccia, proprio perché su alcune iniziative arrivarono tante di quelle parolacce che Marco anziché tagliarle le mandava in onda, ed è una scelta che io oggi comprendo. Nel senso che tantissime persone mi dicono: "Ma perché non denunci?", per certi messaggi che ricevo potrei fare tante di quelle querele. Ma nonostante tutto mi ostino a pubblicare, a scrivere, a raccontare e anche a rispondere ai commenti quando è il caso, perché spero che possa servire".
"IL PERSONALE DELLE CARCERI LAVORA SENZA STRUMENTI PER GARANTIRE DIGNITÀ"
Irene testa era stata in visita a Bancali proprio pochi giorni prima della tragedia, analizzando i disagi legati alle alte temperature e alle condizioni di salute complicate di alcuni detenuti, ma aggiungendo anche di aver trovato "alcune sezioni migliorate rispetto al passato". "Ho visto un direttore – aveva raccontato –, una vicedirettrice e tutto il personale lavorare con professionalità, umanità e dedizione in mezzo a un mare di disperazione. Cercano ogni giorno di tenere insieme sicurezza, dignità e speranza in condizioni spesso estremamente difficili".
"C'è anche questo elemento da considerare – aggiunge intervistata da Sardegna Live –. Il personale vive male, in tensione, sovraccarico di lavoro. Sono esauriti nelle forze e psicologicamente, fisicamente, vivono nelle sezioni col caldo atroce, sentono le urla, sentono la gente che sta male, sentono i blindi che sbattono, l'acqua che viene buttata da una parte all'altra, gli agenti di polizia penitenziaria assistono i detenuti come fossero psichiatri, si occupano di acquistare per loro le medicine che non sono fornite dal sistema sanitario, donano loro tabacco e vestiario. Io le vedo queste cose, per questo apprezzo il lavoro che viene fatto all'interno delle carceri e so quanta difficoltà c'è proprio perché non hanno mezzi né risorse economiche. Vedo e denuncio il malessere di chi sta dentro una cella, ma vedo e denuncio anche il malessere di chi sorveglia quelle celle, di chi lavora dentro quei luoghi".


