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Un mar Mediterraneo con temperature sempre più alte e l'arrivo improvviso di una massa d’aria particolarmente fredda: si è trattato della combo infernale che ha generato il ciclone extra-tropicale Harry, che nei giorni scorsi ha colpito duramente le coste di Calabria, Sicilia e Sardegna con venti di tempesta e piogge torrenziali, causando danni ingenti.
Nell'articolo della giornalista Enrica Battifoglia viene riportato che eventi di questo tipo, secondo gli esperti, sono destinati a diventare sempre più frequenti. "Eventi così intensi stanno diventando più frequenti perché c’è in gioco una maggiore energia a causa delle temperature di aria e mare", spiega il fisico dell’atmosfera Lorenzo Giovannini dell’Università di Trento.
La dinamica che ha portato alla formazione di Harry, come riporta l'articolo, è ormai ben conosciuta dagli studiosi: un bacino marino più caldo del normale fornisce energia supplementare ai sistemi atmosferici, che possono intensificarsi rapidamente quando incontrano aria fredda in quota. Non si può quindi escludere che fenomeni simili possano ripetersi anche in futuro.
Dal punto di vista delle previsioni, però, la meteorologia ha ancora dei limiti, "È possibile prevederli con un anticipo di 2-3 giorni, come è avvenuto nel caso del ciclone Harry, e l’allerta ha funzionato", osserva Andrea Giuliacci, meteorologo di Meteo.it, "I modelli attuali non permettono ancora, però, di prevedere nel dettaglio in quali località le piogge saranno più abbondanti».
La difficoltà, spiega Giuliacci nasce dal fatto che "bisognerebbe conoscere con certezza il tempo attuale, ma oggi questa conoscenza non è ancora possibile e nelle previsioni c’è quindi un margine di errore". Lo stesso vale per i complessi calcoli necessari a simulare l’evoluzione dell’atmosfera.
Harry, secondo quanto riportato dalla giornalista che cita gli studiosi, può essere definito correttamente sia un ciclone sia una tempesta, "È corretto definire Harry un ciclone perché è stato generato dal contrasto fra un centro di pressione particolarmente attivo nel Mediterraneo e l’arrivo di aria fredda, ma è anche corretto definirlo una tempesta perché ha scatenato venti di oltre 100 chilometri orari e perfino di uragano», cioè superiori a 118 chilometri orari, aggiunge Giuliacci. "È stato un evento veramente importante e la sua intensità era stata prevista".
In genere, fenomeni di questo tipo possono essere individuati anche con 4 o 5 giorni di anticipo, ma «non ha senso lanciare delle allerte in questi casi perché le previsioni hanno un margine di errore alto». «È invece possibile fare la previsione 2 o 3 giorni prima, come è accaduto nel caso del ciclone Harry. L’allerta ha funzionato, i danni sono stati enormi ma per fortuna non ci sono state tragedie».
Resta infine aperta la questione del legame con il cambiamento climatico. «Non possiamo attribuire con certezza l’intensità di questa singola perturbazione al cambiamento climatico, ma osserviamo che in media le perturbazioni sono più intense», sottolinea Giovannini. "Se però si passa all’analisi statistica, sicuramente le condizioni climatiche giocano un ruolo".
Nel Mediterraneo, in particolare, l’aumento delle temperature ha un effetto diretto sulle piogge: "aumentando la temperatura dell’aria aumenta il contenuto di vapore acqueo e di conseguenza le precipitazioni sono maggiori: questo aumento è esponenziale e molto rapido".
Un segnale che, secondo gli esperti, rende sempre più urgente investire in modelli previsionali più accurati e in sistemi di allerta efficaci, per limitare i danni di eventi estremi che potrebbero non restare eccezioni.




