"La polemica innescata dal presidente americano Trump e dal suo vice Vance contro il Papa e la Chiesa cattolica ci aiuta però a capire paradossalmente alcuni elementi di fondo". Così inizia la riflessione dell'Arcivescovo di Cagliari Giuseppe Baturi, in una nota condivisa sui social. Al centro sta la natura stessa della missione ecclesiale, che non può essere ridotta a una dinamica politica: "Il Papa risponde: io non sono un politico e quindi non entro in polemica diretta. È un modo di dire che la Chiesa attraversa la storia con il mandato del Signore senza aver paura degli uomini".

Una posizione che segna una distanza netta rispetto a ogni logica di schieramento: "Senza diventare parte di una dinamica politica che schiera alcuni contro altri. La grande tentazione è quella di voler ridurre la Chiesa a pronunciamenti astratti o funzionali a una logica di potere. Non aver paura significa affermare l’alterità della Chiesa e del messaggio cristiano rispetto ad ogni dinamica di potere". Di fronte a una visione che tende a identificare la religione con una parte contro l’altra - prosegue l'arcivescovo, la risposta della Chiesa è radicalmente diversa. Richiamando le parole del Papa, l’Arcivescovo evidenzia la radice profonda dei conflitti: "La dinamica della guerra è una dinamica che ha a che fare con l’idolatria di sé, del potere e del denaro, con una enfasi su se stessi… un delirio di onnipotenza. Chi si pensa come un assoluto ha bisogno o di complici o di strumenti e di nemici, tendente ad associare i primi e a reprimere gli altri".

In questo scenario, una parola limpida della Chiesa può risultare scomoda: "Una posizione della Chiesa chiara e limpida può essere fastidiosa, ma non si tratta dell’espressione individuale di una persona stravagante… è proprio un pensiero, direi, di teologia politica". La risposta ecclesiale, però, non è ideologica ma evangelica: "Il Papa ha risposto che noi rispondiamo al messaggio: il messaggio della risurrezione, il messaggio della pace, e Cristo risorto annuncia la pace. È una pace che si regge sulla giustizia e la dignità dell’uomo e su quell’amore che non esita a perdonare. È questo il nostro messaggio, quello con cui ci rivolgiamo agli uomini perché possano ascoltare il grido della loro coscienza".

L’Arcivescovo chiarisce anche il rapporto tra fede e vita sociale: "La Chiesa è vero che si deve parlare di morale, ma la morale, cioè l’amore a Dio e all’uomo, porta delle conseguenze politiche. Non può non comportare anche la declinazione di elementi della nostra socialità".

Alla base vi è l’annuncio di un Dio che unisce e non divide: "Noi affermiamo un Dio della pace, un Dio trascendente che tutti comprende… e che può essere motivo di una fraternità più grande della rivalità". Nel richiamare la recente veglia per la pace, emerge con forza l’intensità dell’appello del Papa: "Ha pregato Dio perché deponga le armi dalle mani dei potenti, perché suggerisca pensieri di pace. Ma ha pregato anche gli uomini. Il suo grido, “fermatevi, ascoltate i bambini”, è un grido rivolto agli uomini".

Una parola che interpella la responsabilità personale e comunitaria: «Il cristiano crede negli uomini, crede che nel fondo della loro coscienza c’è sempre un bene a cui possono attingere». Da qui nasce un compito affidato a tutti: "Ha incaricato tutti noi ad essere strumenti di pace, di riconciliazione, di accoglienza dell’altro, di guarigione di ferite". Uno sguardo che parte anche dalle ferite del presente: "Pensiamo a quante ferite, anche nella nostra società, sono prodotte dalla violenza, dall’incoscienza e dal disconoscimento del valore dell’altro".

E che si apre a una prospettiva di speranza: "Il futuro appartiene agli uomini di Dio, agli uomini della pace, a coloro che cercano la verità, la giustizia, la libertà, che sono disponibili al perdono". Parlare di pace, conclude l’Arcivescovo, non è evasione ma responsabilità: "Parlare di pace non è un ripiegamento intimistico né un’astrazione, significa parlare di vie di futuro, di strade possibili per una convivenza migliore". Un invito che interpella direttamente anche le comunità locali, chiamate a tradurre nella vita quotidiana l’annuncio della pace e della riconciliazione.