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L'uomo nero, una figura mitologica che quando si era piccoli veniva chiamata in causa dai genitori per incutere paura e far star tranquilli i figli, oggi è tornato, nella sua versione per adulti, e si chiama musulmano. Il concetto alla base, però, forse resta lo stesso: "divide et impera", usare il diverso per controllare.
Da decenni ormai nel mondo occidentale, complici governi e media che su eventi catastrofici hanno costruito ed enfatizzato la generalizzazione, è calata un'ombra sull'Islam, una nube temporalesca che oscura la differenza fra religione islamica e terrorismo, fra delinquenza e colore della pelle. Nella scala cromatica di Von Luschan, sopra la tonalità di pelle numero 25, l'automatismo della criminalità scatta di default.
Ma se da bambini la paura immobilizzava, da grandi, talvolta, funge da catalizzatore della violenza. È successo a Belfast, dove una settimana fa manifestanti hanno vandalizzato e appiccato fuochi in alcuni edifici urlando slogan razzisti, dopo che il video di un accoltellamento per cui è stato arrestato e incriminato un uomo sudanese era circolato molto sui social network, e alcune figure di riferimento dell’estrema destra, tra cui il miliardario Elon Musk e l’attivista Tommy Robinson, li avevano incoraggiati.
È successo anche a Cagliari, dove, sempre una settimana fa, nella notte fra mercoledì 10 e giovedì 11 giugno, verso le 3:30 del mattino, le fiamme hanno avvolto alcune fioriere e portoni di via del Collegio, nel quartiere Marina, tra cui la porta d'ingresso della Moschea Al-Hoda: liquido infiammabile, probabile atto doloso. Possibile obiettivo? Proprio la moschea.
Se alcuni però rispondono alla paura con l'aggressività, altri rispondono con la curiosità. Così, diversi residenti di quelle strette vie del centro storico ingioiellate da sorrisi d'integrazione al profumo di spezie, che in quarant'anni di convivenza si sono seduti e hanno deciso di conoscerlo, l'odierno 'uomo nero', scoprendo che il nemico non è l'Islam, sono accorsi per fornire il proprio aiuto, col risultato di riuscire a spegnere il rogo prima dell'arrivo dei soccorsi.
Islam, razzismo, paura, ma anche integrazione e amore: di tutto questo abbiamo parlato con la guida spirituale della Moschea Al-Hoda Di Cagliari, l'Imam Mehrez Triki.
Imam, innanzitutto come state dopo quanto accaduto?
"Siamo molto dispiaciuti e anche offesi per quello che è successo. Non ci aspettavamo una cosa del genere. Questa moschea è qui da quasi quarant’anni, in via del Collegio, e abbiamo sempre vissuto bene con tutti. Anche i vicini erano molto preoccupati per quanto accaduto.
Adesso abbiamo anche un po’ di paura, perché non sappiamo mai cosa può succedere mentre stiamo pregando. Per questo chiediamo alle forze dell’ordine e al Comune maggiore controllo e attenzione. Noi siamo persone di pace, non siamo delinquenti e non siamo terroristi. Siamo persone che pregano Dio.
Bisogna capire una cosa importante: ci sono musulmani che non sono terroristi, e ci sono terroristi che non sono musulmani."
Siete qui da quarant’anni e sembra che il rapporto con il quartiere sia sempre stato positivo. I residenti, dopo l’incendio, sono scesi ad aiutarvi e hanno persino spento le fiamme prima dell’arrivo dei vigili del fuoco. Cosa pensa di questa convivenza?
"È stata una cosa bellissima. Quando ho saputo cosa era successo, alle quattro del mattino, sono rimasto davvero senza parole. Ringrazio tutti quelli che ci hanno aiutato.
Questo gesto significa che ci siamo sempre comportati bene con il quartiere e con le persone che vivono qui. Se i vicini si sono alzati alle quattro del mattino per aiutarci, vuol dire che ci rispettano e che noi abbiamo rispettato loro in tutti questi anni.
Se fossimo stati persone cattive o problematiche, probabilmente nessuno sarebbe intervenuto per aiutarci. Invece siamo sempre vissuti bene insieme."
Negli ultimi anni si è creata una crescente frattura tra il mondo occidentale e quello islamico. Lei prima parlava di pregiudizi e incomprensioni. Ci può spiegare cosa è davvero l’Islam e perché non bisogna averne paura?
"L’Islam è pace, non guerra. L’Islam non insegna a fare del male agli altri. Purtroppo esistono persone che parlano in nome dell’Islam ma che non rappresentano davvero la religione musulmana.
Ci sono persone che si vestono da musulmani, gridano “Allah Akbar” e fanno violenza, ma questo non significa che siano veri musulmani. Un vero musulmano non fa queste cose.
L’Islam permette di difendersi quando si viene attaccati, come farebbe chiunque se qualcuno entrasse nella propria casa. Ma un conto è difendersi, un altro è fare attentati, mettere bombe nei ristoranti, nei cinema o nei luoghi dove la gente vive tranquillamente. Quelle persone sono fuori strada.
L’Islam insegna a non uccidere, a non odiare e a non fare del male agli altri. Nessuno deve essere obbligato a convertirsi. Noi possiamo parlare della nostra religione, spiegare cosa crediamo, ma se una persona non accetta, restiamo comunque fratelli e amici. Non ci deve essere odio.
La parola “Islam” significa pace. Tutti i profeti — Gesù, Mosè, Abramo — hanno portato un messaggio di pace.
Noi qui viviamo tranquillamente da quarant’anni e non abbiamo mai dato fastidio a nessuno. Chiediamo solo di vivere serenamente e di essere rispettati.
Ci sono persone che parlano dell’Islam senza conoscerlo davvero. L’Islam insegna il rispetto, l’amore verso gli altri e la libertà.
Posso raccontare una piccola storia su Abramo. Un giorno arrivò da lui una persona che non credeva in Dio e gli chiese del cibo. Abramo inizialmente rifiutò di aiutarlo perché non era credente. Ma Dio gli fece capire che, anche se quell’uomo non credeva, Lui continuava comunque a dargli da mangiare ogni giorno. Allora Abramo capì il suo errore e tornò a cercare quell’uomo per aiutarlo.
Questo significa che il rapporto tra una persona e Dio riguarda soltanto loro. Nessuno deve obbligare qualcun altro con la forza.
I profeti sono venuti per avvicinare le persone a Dio, non per costringerle. La guerra è ammessa solo per difendersi quando si viene attaccati. Ma non bisogna odiare le persone o fare del male.
L’Islam insegna ad amare gli altri, non a odiarli."
Un esempio di curiosità, ed empatia, arriva anche da Lucia Argiolas, documentarista e attivista sarda, che ha deciso di dedicare parte del suo tempo ad aiutare proprio la comunità della moschea Al-Hoda.
Lucia, perché ha scelto di essere qui oggi?
"È un piccolo gesto da cittadina. Penso che questa città non meriti episodi del genere, che considero sporadici ma molto gravi.
Cagliari è una città accogliente, anche se deve ancora imparare ad accogliere in modo più strutturato. Le risorse sono poche, è vero, ma i cittadini sono sensibili e vogliono che la diversità venga rispettata.
Questo gesto offende la città e colpisce una comunità che in tutti questi anni ha dimostrato rispetto verso il quartiere e verso i cittadini. Io non sono religiosa, ma penso che anche chi non crede debba rispettare chi ha scelto un percorso religioso.
Dobbiamo imparare a rispettare la diversità, di qualsiasi colore, cultura o religione. Questa è una comunità pacifica che chiede soltanto di vivere serenamente."
Lei ha vissuto all’estero per molti anni, in Olanda. Quanto questa esperienza ha influenzato il suo modo di vedere l’integrazione?
"Moltissimo. Noi sardi emigriamo da oltre un secolo. Mia nonna emigrò negli Stati Uniti nel 1904, in un periodo in cui gli italiani erano discriminati e considerati cittadini di serie inferiore.
Anche io ho vissuto sedici anni in Olanda, un paese molto diverso dal nostro. Essere stranieri è difficile. Anche quando sei europeo o bianco, in certi Paesi resti comunque 'quello diverso'.
Solo chi l’ha vissuto può capire cosa significhi imparare una nuova lingua, adattarsi a nuove regole, cambiare abitudini, persino il modo di mangiare. È una fatica enorme, sia pratica che mentale.
Per questo capisco bene le difficoltà che affrontano le persone immigrate. Invece di punirle o allontanarle, dovremmo ringraziarle per lo sforzo che fanno nell’integrarsi."
Quindi serve più empatia?
"Assolutamente sì. Spesso pensiamo che 'il diverso' sia sempre qualcun altro, ma anche noi siamo stranieri quando andiamo altrove.
Ai sardi direi di ricordarsi che oltre un milione di sardi vive sparso nel mondo, spesso per necessità di lavoro o studio. Dovremmo quindi capire che i movimenti migratori sono naturali e inevitabili.
Non bisogna reagire con violenza oppure odio, ma con comprensione reciproca. Bisogna conoscersi, studiare insieme, rispettarsi.
Quello che è successo qui è molto grave. Questo incendio poteva trasformarsi in una tragedia enorme se fossero esplose delle bombole del gas. È stato un gesto folle.
Per questo bisogna lavorare soprattutto con i giovani, perché saranno i cittadini del futuro. Devono imparare a vivere in un mondo diverso, complesso, ma fondato sul rispetto e sulla pace."




