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L’infanzia in Sardegna, la passione per il calcio, i sogni nel cassetto e un volo che cambia la vita: Sebastiano Musu, 24 anni, nato ad Oristano, lo scorso 19 luglio ha calpestato per la prima volta l’erbetta di un campo professionistico. Lo ha fatto negli Stati Uniti, precisamente a New York, nel massimo campionato americano, la MLS. Un percorso fatto di scelte, talvolta scomode, sacrifici e perseveranza: dalla trafila nelle categorie dilettantistiche sarde ai campionati nazionali universitari negli States, fino alle attenzioni dei club professionistici.
Un momento che Sebastiano scorderà difficilmente, quello del match fra Sporting Kansas City e New York City: al minuto 77’ Musu subentra a Fernandéz, iniziando così ufficialmente la sua storia nel professionismo. Venti minuti circa per un esordio convincente, nei quali si è creato un paio di buone occasioni, mostrando da subito personalità e intraprendenza. Per un grande traguardo raggiunto, all’orizzonte si prospettano tuttavia nuove sfide, pagine bianche di una storia da riempire di intensi capitoli.
Abbiamo parlato con Sebastiano, che ai microfoni di Sardegna Live ha condiviso con noi le sue esperienze, dai primi passi nel mondo del pallone all’ambientamento nella realtà americana, gli anni nei college e, infine, l'approdo in MLS. Un ragazzo brillante, dal volto genuino e dalle idee chiare, volato lontano da casa ma, ancora oggi, fortemente ancorato alle origini. Ecco la sua storia:
Il tuo percorso sportivo parte da casa, a Oristano. Ci racconti le tue prime esperienze nel calcio?
“E’ una passione che nasce da mio padre Antonello, è lui che me l’ha trasmessa. Giocava a calcio e fin da subito mi è stato accanto nel mio percorso. Ho iniziato sin da piccolo, avevo quattro anni e mezzo. La prima esperienza all’Oristano Calcio, per poi passare al Simba (Palmas Arborea) di Matteoli, e successivamente al La Palma Monte Urpinu. Poi sono arrivate le chiamate dalla Tharros, dal San Teodoro e dall’Arborea. Infine due ritorni: al La Palma per un breve periodo, e infine ancora la Tharros, poi il volo per gli States…”.
A quei tempi sognavi, o pensavi, un giorno di poter assaporare il calcio professionistico?
“Sì. In tutto quello che faccio cerco di ottenere il massimo: ho avuto sempre il pensiero di poterci arrivare, perché no? Ma mi sono sempre focalizzato sul presente, è un qualcosa che va ottenuto lavorando. Però sì, ho sempre tenuto viva l’idea di fare, un giorno, questo tipo di percorso, esordire fra i professionisti, se non in Italia in giovane età, successivamente qua negli Stati Uniti dopo il college. Soprattutto adesso, però, dovrò lavorare molto duramente per meritare un posto e proseguire il mio percorso”.
All’improvviso una scelta che cambia la tua vita: un volo per l’America, la chiamata al college e ancora il calcio, stavolta lontano da casa. Raccontaci quei momenti.
“E’ tutto iniziato quando sono partito in Kentucky, nel 2020. E’ stato un momento un po’ difficile: mi trasferivo in un altro Paese, lontano da casa e dagli amici, tra l’altro in piena pandemia da Covid. Una cultura completamente diversa dalla mia: persone nuove, lingua nuova, un’organizzazione scolastica e sportiva lontana da quella che avevo sempre conosciuto. Inizialmente ho patito un po’ quest’insieme di fattori, ma successivamente con l’aiuto del calcio e della scuola, di compagni e amici incontrati nel mio percorso, sono riuscito a integrarmi perfettamente. Così il mio tragitto non si è fermato. Trasferitomi a New York, alcuni problemi si sono ripresentati: tutto da rifare, diverse amicizie, una scuola diversa, una grande città. Fortunatamente ho trovato una famiglia che mi ha aiutato in tutto e per tutto. Mi sono ambientato, passo dopo passo, e qui, oggi, mi trovo benissimo”.
Negli Usa, sport e studi vanno di pari passo: una cultura che incentiva i giovani a inseguire i propri sogni, tanto distante dalla nostra. Come funziona, esattamente, nei college?
“Nei college è tutto molto organizzato. Io, studente, devo seguire delle lezioni, scelte da me in base ad allenamenti, palestra e tutti gli impegni extra scolastici. In questo modo posso far coesistere tutto. E’ un qualcosa che in Italia purtroppo non avviene, devi fare delle scelte, come ad esempio le università online. Qua credono tanto nella crescita sportiva dei giovani, ci aiutano e fanno sì che la convivenza fra studio e sport possa essere sostenibile. Eccellere in entrambi i campi porta lustro al college stesse, che quindi incentiva i suoi studenti a crederci”.
Per cosa pensi possa esserti stata utile la formazione nell’Isola, e cosa invece hai imparato negli Usa che la Sardegna difficilmente ti avrebbe potuto insegnare?
“La Sardegna mi ha dato tanto: è la terra in cui sono nato e cresciuto. Mi ha reso chi sono. Gli Stati Uniti mi hanno aperto la mente: ho conosciuto tante culture, ho viaggiato, mi sono messo in gioco. In generale, qua, non penso di aver imparato qualcosa in più che non avrei potuto conoscere stando in Sardegna, però mi ha aperto tutte le porte. Ho semplicemente portato le mie conoscenze in un altro Paese, cercando di sfruttarne i vantaggi e arricchendomi di curiosità, interessi e crescita costante”.
Poi il momento più bello: in pochi giorni la convocazione in prima squadra e l’esordio in MLS col New York City. Che sensazioni hai vissuto in quelle ore?
“Sensazioni bellissime. Lo volevo tanto, e ho lavorato duramente per ottenerlo. E’ difficile da spiegare, ma senz’altro bellissime. Non ho sentito pressioni eccessive, perché comunque è un gruppo di ragazzi che mi ha aiutato sin dall’inizio. Il club, lo staff, la dirigenza mi hanno sempre fatto sentire a casa sia con la seconda che con la prima squadra. Per questo li devo ringraziare sempre. L’esordio, incredibile. Giocare una partita di MLS è un sogno che si avvera, un ricordo che custodirò e porterò sempre con me”.
Oggi ti senti a tutti gli effetti un professionista? Quali sono i tuoi punti di forza sul campo?
“Sì. Oggi mi definisco un calciatore professionista, perché mi alleno tutti i giorni, al massimo, e faccio di tutto per poter essere nella miglior condizione possibile. Sicuramente devo migliorare tanto, ma ce la sto mettendo tutta. Una delle mie specialità penso sia la conclusione in porta, come ho avuto modo di mostrare al mio esordio. Cerco sempre il gol. Mi piace combinare coi miei compagni, sfruttare gli spazi lasciati dagli avversari per entrare in area, inserirmi con rapidità. Queste, in sostanza, penso siano le mie caratteristiche, offensive e volte a mettermi nelle migliori condizioni per segnare”.
Come ti sei ambientato nello spogliatoio?
“Penso bene. Sono entrato in punta di piedi, con umiltà. Mostro di volermi allenare sempre al cento per cento. I miei principi sono sempre questi: lavorare duro è la cosa più importante, poi mostrare le mie qualità ed essere me stesso”.
Come hanno vissuto le ore prima e dopo il tuo esordio la famiglia e gli amici dalla Sardegna?
“Non so se qualcuno l’abbia visto in diretta, non penso, (fra New York e l’Italia c’è un fusorario di 6 ore, ndr.), però sì, mi hanno contattato per farmi i complimenti e non vedono l’ora di vedermi, e anch’io non vedo l’ora per poter raccontare di persona le mie emozioni. La mia famiglia era felicissima, e di questo vado fiero. Porterò sempre nel cuore i messaggi di quei giorni”.
A settembre ospiterete l’Inter Miami di Messi, Suarez, Busquets, Jordi Alba e De Paul. Ti emoziona il pensiero che potresti trovarti nello stesso rettangolo da gioco insieme a questi campioni?
“Non nego di averci pensato, ma essendo ancora un giocatore della seconda squadra mi focalizzo soltanto sul mio lavoro. Ho ancora una partita da poter giocare nella prima squadra, vedrà il mister se scegliere di portarmi con loro, o se lo farà per un’altra partita, oppure no. Certo, la possibilità di condividere il campo con campioni di questo tipo sarebbe un privilegio, vedremo…”.
Se la tua esperienza nel calcio americano dovesse essere fortunata, penseresti mai di confrontarti in futuro nuovamente col calcio italiano o, perché no, europeo?
“Mi piace pensare al presente, è quello che ho sempre fatto. Qua mi trovo benissimo, mi focalizzo su quello che viene adesso. Lavorare bene oggi porterà benefici nel futuro, ma per farlo è necessario rimanere concentrati su quello che accade ora. Non posso che ringraziare il New York City per la fiducia che mi sta dando”.
In conclusione, un desiderio: cosa chiedi oggi a te stesso e al tuo futuro?
“A me piacerebbe giocare qua, con il New York City. E’ la squadra che ha creduto in me, dandomi la possibilità di esordire in MLS. Il sogno è restare con loro, ma anche questo non dipende soltanto da me, perciò si vedrà”.