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Alla vigilia della prima prova dell'esame di maturità, col toto-tema che impazzava come da tradizione, quello di Grazia Deledda era uno dei nomi più quotati e indicati da esperti e forum.
A cento anni esatti dal Nobel per la letteratura – a oggi ancora unica donna italiana ad aver ottenuto il riconoscimento – era facile prevedere che il Ministero omaggiasse la scrittrice nuorese inserendo uno dei suoi brani o una delle sue potenti suggestioni fra le tracce della prova di italiano che oltre 527mila studenti italiani hanno affrontato questa mattina.
Niente da fare. Nella tipologia A (analisi del testo, quella che meglio si prestava ad accogliere un passaggio deleddiano) alla mamma di Elias Portolu e Efix sono stati preferiti Cesare Pavese per la poesia con Passerò per piazza di Spagna e Vitalino Brancati per la prosa con un testo tratto da I piaceri.
Al di là del "caso Deledda", un dato su tutti fa discutere: era il 1999 quando l'analisi del testo divenne tipologia autonoma della prima prova alla maturità, sono passati 27 anni e da allora nessuna autrice donna ha trovato spazio nelle proposte avanzate agli studenti.
Abbiamo affrontato la questione col professor Dino Manca, docente di filologia della letteratura italiana presso l'Università di Sassari e massimo studioso dell'opera di Grazia Deledda, dei cui romanzi ha curato numerose edizioni critiche.
A 100 anni dal Nobel, molti si aspettavano Deledda fra le tracce della prima prova alla maturità, ma questo non è avvenuto. Un'occasione persa per il Ministero e la scuola italiana?
«Sì, un’altra importante occasione persa per ricordare e celebrare, a cento anni dal Nobel (prima e unica donna in Italia, la seconda al mondo), la più importante scrittrice italiana e una delle più grandi in Europa. Lo vado dicendo da tempo: per me resta una questione oltre che culturale, politica. La Deledda è stata esclusa dal canone letterario “nazionale” e con lei la Sardegna».
Il presidente Mattarella, in occasione della sua visita a Nuoro per le recenti celebrazioni in onore della scrittrice, ha parlato di "perenne modernità dell'opera di Grazia Deledda". L'impressione, però, è che il meritevole lavoro della penna barbaricina rimanga sempre un po' ai margini del canone scolastico nazionale. Condivide questa lettura? E, se sì, quali sono le ragioni di questa persistente sottovalutazione?
«Già il mio intervento al TEN, davanti al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, si fondava sulla modernità della Deledda. Perciò mi sentii lusingato quando il Presidente nel suo intervento conclusivo riprese e rilanciò il tema. Per decenni Grazia Deledda è stata considerata, da una certa vulgata critica, alla stregua di una «sprovveduta ragazza di provincia». La sua opera è stata relegata nell’ambito regionale, marginale e periferico rispetto alla grande produzione nazionale, se non addirittura consegnata all’oblio, perché ritenuta troppo folklorica, ottocentesca, quindi anti-moderna. Questo ha svilito e mortificato la stratificata intelligenza della complessità, rappresentativa e umana, tramandata dalle sue opere; opere che invece mirano a collocarsi su un piano di eternità. Col tempo il giudizio è stato riveduto e corretto e finalmente è emerso a più livelli ciò che è stato sempre negato: la sua modernità. Fu moderna per la sua capacità e volontà di autodeterminarsi come scrittrice e come donna. Fu moderna per i temi trattati e per le tante verità metaforiche riposte nel sotto-testo delle sue pagine. Fu moderna per la sua capacità di capire e governare il mercato editoriale oltre che per la sua capacità di riconsegnare la Sardegna all’immaginario europeo».
A oggi si registra un'assenza ultradecennale delle autrici italiane fra le tracce della maturità relative all'analisi del testo. Come interpreta questo dato? È il riflesso di un canone letterario ancora fortemente sbilanciato al maschile oppure vi sono altre ragioni che spiegano questa assenza?
«Resta un fatto sconcertante, un vulnus che prima o poi dovrà essere sanato. Per quanto riguarda la scrittrice nuorese, in particolare, il suo essere stata una donna sarda non le ha consentito di far parte del canone toscano-centrico. Credo che oggi valga la pena partire da qui proprio perché, come scrisse Geno Pampaloni, «Grazia Deledda nella carta millimetrata del Novecento non collima mai». Troppo spesso si è cercato di rimuoverla o marginalizzarla, fondamentalmente perché con le sole categorie di «verismo» e «decadentismo» non la si poteva comprendere. Perché lei era sarda e apparteneva a un sistema culturale e linguistico altro rispetto a quello italiano, con una sua identità e specificità. La testualità prodotta in Sardegna in tutte le lingue non appartiene a quel corpus di testi che la storia letteraria italiana, nata col De Sanctis, considera esemplari, cioè degni di studio, di memoria e di trasmissione; insomma, modelli da imitare, da seguire e da tramandare. Ecco perché per la Sardegna questa è una grande questione politica oltre che culturale. Per gli italiani noi sardi non esistiamo».
Se oggi dovesse indicare un testo di Grazia Deledda particolarmente adatto a una prova di maturità, quale sceglierebbe e perché?
«I testi infarciti di distillati sapienziali ed esistenziali sono tanti. Ma se proprio devo scegliere direi Cosima, il suo romanzo-testamento, l’opera della rivisitazione e della riappropriazione insieme, del nóstos e de sa recuida, del ritorno con la memoria a Itaca, alla sua Nuoro, al cordone ombelicale mai reciso con la Madre-Terra».






