Un dettaglio dopo l'altro, le testimonianze dei custodi stanno diventando uno dei punti centrali dell'inchiesta sul clamoroso furto delle opere di Antonello da Messina dal Museo Accascina di Messina, avvenuto la sera di Ferragosto. Uno dei dipendenti in servizio quella notte è ora indagato per false dichiarazioni al pubblico ministero, dopo che la sua versione sarebbe risultata in netto contrasto con quella fornita dagli altri colleghi.

Si tratta della prima svolta di un'indagine che, fin dalle prime ore, si è presentata particolarmente complessa. Il custode era stato convocato nei giorni scorsi insieme ad altri tre dipendenti dai sostituti procuratori Maria Di Mulo e Massimo Trifirò, inizialmente come persona informata sui fatti.

Durante l'audizione, però, qualcosa sarebbe cambiato. Secondo quanto riferito da Repubblica, il colloquio sarebbe stato interrotto e, prima della ripresa del verbale, all'uomo sarebbe stato comunicato il cambio della sua posizione: da testimone a indagato.

Le quattro versioni sull'allarme

A insospettire gli investigatori sarebbero state soprattutto le contraddizioni emerse nei quattro interrogatori. Le testimonianze sulla gestione dell'allarme, in particolare, non sembrerebbero combaciare.

Una delle dipendenti avrebbe raccontato di non essersi accorta dell'allarme nel momento in cui i ladri erano all'interno del museo. Un altro custode avrebbe invece riferito di averlo sentito e di averlo spento, ritenendo che si trattasse di un «falso contatto».

Una terza dipendente avrebbe confermato lo spegnimento dell'allarme, precisando che sarebbe stato riattivato quattro minuti più tardi. Il custode ora indagato, invece, avrebbe affrontato la questione soltanto marginalmente, senza fornire, secondo gli inquirenti, una ricostruzione convincente della cronologia degli eventi.

Elementi che, messi insieme, hanno fatto scattare nuovi interrogativi sulla notte del furto.

Il colpo studiato nei dettagli

Secondo quanto ricostruito finora, i due ladri sarebbero entrati nel museo intorno alle 20:47 di Ferragosto. Avrebbero prima allargato le sbarre della recinzione metallica esterna e poi forzato con un piede di porco la porta di un ingresso secondario, che non sarebbe stato protetto da alcun sistema di allarme.

Da quel momento avrebbero seguito un percorso apparentemente ben preciso, dirigendosi senza esitazioni verso la sala che custodiva le opere di Antonello da Messina.

L'allarme interno sarebbe entrato in funzione soltanto quando i malviventi hanno iniziato a staccare le tele e a rompere la teca contenente la Tavoletta bifronte.

È proprio la gestione di quei minuti a rappresentare uno degli elementi più delicati dell'inchiesta. Secondo la ricostruzione finora emersa, i custodi avrebbero spento l'allarme senza però effettuare un controllo nelle sale per verificare cosa fosse accaduto. Nessuno avrebbe inoltre chiamato immediatamente il 112, ritenendo evidentemente possibile che si trattasse di un falso allarme.

L'intervento delle forze dell'ordine sarebbe scattato soltanto circa venti minuti più tardi, dopo che una residente aveva notato due tele appartenenti al Polittico abbandonate all'esterno del museo.

L'ipotesi della «talpa»

La dinamica del colpo e, soprattutto, la sicurezza con cui i ladri si sarebbero mossi all'interno del museo alimentano intanto una delle ipotesi sulle quali gli investigatori stanno concentrando maggiormente l'attenzione: la possibile presenza di una talpa.

Gli inquirenti cercano di capire se i due ladri abbiano agito sulla base di informazioni precise sugli accessi, sui sistemi di sicurezza e sulla disposizione delle opere oppure se siano riusciti a ricostruire autonomamente tutti gli elementi necessari per mettere a segno il furto.

L'iscrizione nel registro degli indagati del custode rappresenta, in questo senso, il primo sviluppo concreto di un'inchiesta che continua a cercare risposte soprattutto su una domanda: come è stato possibile entrare, raggiungere le opere e uscire dal museo con una tale rapidità senza che nessuno intervenisse immediatamente?