Is Arestes e S'Urtzu Pretistu | Sorgono


DESCRIZIONE DELLA MASCHERA

Is Arestes e S'Urtzu Pretistu sono le figure protagoniste del carnevale sorgonese. La presentazione della ricerca che ne ha consentito il recupero è avvenuta il nel giugno del 2011 in occasione di un convegno alla presenza di Dolores Turchi, nota studiosa di tradizioni popolari, Luigi Serra, studioso e profondo conoscitore della storia culturale e sociale di Sorgono, don Enrico Serra che in qualità di teologo ha curato l’aspetto religioso in relazione ai rituali pagani nei secoli.

La riscoperta e la ricostruzione è avvenuta grazie al paziente lavoro di ricerca dell’associazione culturale “Mandra Olisai”, sulla base delle informazioni e descrizioni raccolte fra gli anziani di Sorgono che hanno visto e partecipato, negli anni ’30 del secolo scorso, alle ultime uscite della maschera. Gli anziani ricordavano uomini vestiti di pelle di pecora e capra, con indosso delle ossa, che tenevano incatenato un uomo vestito con la pelle di mucca e con l’intera testa di toro sul capo che cercava di dimenarsi e resistere alla furia degli "arestes", il tutto si svolgeva nel rione più antico di Sorgono detto appunto “ Sa Coa e S’Urtzu”.


La prima uscita della maschera coincideva con il giorno di San Mauro, il 15 gennaio, si svolgeva nel rione più antico e si protraeva, in giro per i vicoli del paese, sino al 19 gennaio, giorno di San Sebastiano. Ancora oggi, nella memoria storica degli anziani, riemergono frasi che senza ombra di dubbio sono ricordi di quelle manifestazioni e che vengono utilizzate per impaurire i più giovani.

Un’altra testimonianza ritenuta assolutamente attendibile proviene dagli scritti del gesuita Bonaventura Demontis Licheri di Neoneli, recuperati negli archivi del sacerdote di Ortueri Raimondo Bonu. Lo scritto del Licheri “Attobios a Santu Mauru d’Ennarzu”, del 15 gennaio del 1767, descrive in modo sorprendentemente chiaro i costumi e i supporti utilizzati nel rituale.


Is Arestes indossano pelli di capra, pecora e bue lunghe fin sotto le ginocchia, sulle spalle portano ossa di animali ("sa carriga"). Il supporto è in pelle non conciata ("pedde crua"). Le ossa, un tempo comuni a tutte le maschere, producono un suono apotropaico che nelle credenze popolari aveva un ruolo fondamentale nella rigenerazione della vita. Hanno il copricapo in sughero ("casiddu"), foderato e rivestito di pelle lanosa e sormontato da corna di caprone, daino, cervo e toro, con il viso e le braccia annerite dal sughero bruciato ("zinzieddu"). Sono armati di bastoni possenti, di mazze di legno ("sa macciola") e di forconi ("su fruccone"), si muovono con atteggiamento superbo, provocando con dei saltelli il suono delle ossa che hanno legate sulle spalle. Alcuni possiedono un corno di bue ("sa corronetta") che suonano per tutta la durata della cerimonia.

La vittima predestinata al sacrificio, S'Urtzu, è rappresentato da un uomo che indossa un’intera pelle di pecora, capra o toro, con il copricapo sormontato da maestose corna di toro ma che a differenza degli Arestes non ha ossa sulle spalle.


Il corteo procede in modo apparentemente disordinato, gli Arestes mimano scontri, evocando combattimenti o danze, tipiche del corteggiamento tra animali, sono segnali propiziatori per sollecitare la benefica pioggia o una buona e produttiva annata. In testa al corteo uno o due Arestes tengono legato con una catena la vittima predestinata al sacrificio. S'Urtzu  viene percosso e pungolato da tutti gli Arestes del gruppo durante tutto il percorso della sfilata che culmina con l’uccisione della vittima, colpita a morte.

Al segnale del capo branco, gli Arestes effettuano intorno a S'Urtzu, ormai inerme, tredici salti, a indicare le tredici fasi lunari di un anno, cadenzati dal suono del corno di bue. Al nuovo segnale del capobranco, che intanto tiene la vittima a terra e legata al centro del cerchio, si levano il copricapo e lo innalzano al cielo.

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