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Duemila anni fa era uno dei prodotti simbolo delle razioni dei legionari romani, oggi è una delle DOP italiane di punta del settore lattiero-caseario. Il pecorino romano, secondo gli ultimi dati forniti dal Consorzio di tutela e riferibili alla campagna 2023-24, ha raggiunto una produzione di oltre 390mila quintali (+7,06% rispetto alla campagna precedente), per un totale di circa 229 milioni di litri di latte destinato alla DOP. Sono oltre 8.500 gli allevatori coinvolti nella filiera, decine i caseifici impegnati in una lavorazione che coinvolge la Sardegna al 93,5% e per la restante parte il Lazio e la provincia toscana di Grosseto.
Circa il 60% della produzione vendibile viene esportato all’estero, principalmente Stati Uniti, Ue, Regno Unito, Canada, Australia, Svizzera e Giappone. Il valore commerciale della filiera del pecorino romano arriva secondo le stime attorno ai 700 milioni di euro complessivi considerando produzione, trasformazione e vendite globali.
IL CONSORZIO DEL PECORINO ROMANO
Un mercato in crescita, dunque, per un'eccellenza italiana controllata da un rigido disciplinare stilato dal Consorzio per la Tutela del Pecorino Romano, nato nel 1979 e che dal 2002 ha ottenuto l'incarico per la tutela della DOP da parte del Ministero delle Politiche Agricole e Forestali.
Gli scopi del Consorzio comprendono la tutela e la vigilanza sulla produzione e sulla commercializzazione del pecorino romano, la tutela della denominazione in Italia e all’estero, l’incremento del consumo e il miglioramento qualitativo del prodotto, in collaborazione con organi e istituzioni regionali, nazionali e comunitarie.
LA POLEMICA SULLE RAZZE OVINE
Nei mesi scorsi si è accesa nel mondo delle campagne una polemica in merito alla proposta avanzata da più parti di modificare il disciplinare della DOP stabilendo che solo il latte di determinate razze storiche e tradizionali possa essere destinato alla produzione di tale formaggio.
Le razze considerate “autoctone e tradizionali” includono, tra le altre, la Razza Sarda e alcune popolazioni locali come la Nera di Arbus, la Vissana, la Sopravissana, la Comisana e la Massese.
Nel corso delle assemblee del Consorzio, però, la proposta non ha raggiunto la maggioranza richiesta e il disciplinare aggiornato stabilisce come unico vincolo l’origine del latte – che deve provenire da pecore allevate nelle zone di produzione: Sardegna, Lazio, provincia di Grosseto – senza specificare razze obbligatorie.
La mancata introduzione di norme basate sulle razze ha provocato forti reazioni legate alla tutela della tipicità e del sapore del formaggio; al sistema di allevamento estensivo e pascolante, che da sempre caratterizza il comparto; alla salvaguardia della biodiversità genetica e culturale delle forme di allevamento tradizionali. Permettere l’uso di latte proveniente anche da pecore di razze cosiddette "esotiche" potrebbe nel tempo diluirne l’identità e compromettere la qualità del prodotto favorendo allevamenti intensivi o con razze estere, a scapito dei sistemi locali e indebolendo l’allevamento tradizionale nelle zone interne, con effetti negativi sull’economia.
Francesco Pizzadili (Latteria "La Concordia" Pattada): "Se non poniamo un freno oggi, domani sarà troppo tardi"
Sulla vicenda interviene Francesco Pizzadili, membro del direttivo della Latteria Sociale La Concordia di Pattada e dello stesso Consorzio di Tutela del Pecorino Romano. "Negli ultimi anni si è discusso tanto sull'aggiornamento del disciplinare – dichiara Pizzadili a Sardegna Live –, ma la modifica più discussa, quella legata alle razze, non è ancora andata in porto".
"La maggioranza dei pastori chiede che vengano inserita la clausola delle razze autoctone – spiega Pizzadili –. È un discorso che va avanti almeno dal 2018. Siamo convinti del fatto che la DOP, per essere legata al territorio come previsto dalle norme, non deve essere semplicemente legata al latte di pecore allevate in Sardegna, ma al latte di razze locali. Non può essere una questione puramente geografica, è una questione di storia e selezione. E solo le razze autoctone sono quelle legate alla nascita e all'evoluzione della DOP del pecorino romano".
"I controlli dell'Ue sono sempre più stringenti – aggiunge Pizzadili –, e la nostra proposta vuole in primis aumentare la tutela del prodotto anche in riferimento alle normative europee. Le razze esotiche, infatti, hanno una produttività maggiore in termini di litri di latte. Ma nonostante la migliore resa, il rapporto grasso-proteine è diverso da quello che ha caratterizzato da sempre il latte raccolto per il pecorino romano. La maggiore resa dei capi, inoltre, rischia di generare una produzione eccessiva e impossibile da controllare. Storicamente il prezzo del romano ha trascinato anche il prezzo degli altri prodotti dell'industria lattiero-casearia. Se oggi facciamo crollare il prezzo di questa DOP, domani perderanno valore anche gli altri prodotti".
“Nelle ultime due annate abbiamo prodotto poco più di 390.000 quintali di pecorino romano, ancora gestibili, ma iniziamo ad avvicinarci al limite tra domanda e offerta. Quest’ultima annata, però, nonostante una riduzione di produzione latte del 7-8% rispetto alla precedente dovuta ai danni subiti dalla lingua blu, si è registrata la medesima produzione, come mai?".
"Allo stato attuale, anche chi alleva razze esotiche può versare il latte che poi confluirà nel pecorino romano e questi allevamenti sono in crescita. Negli ultimi anni le aziende sarde sono diminuite: da un totale di 12.000 si è passati a poco più di 8.000. Nonostante ciò, nell’ultimo biennio il latte idoneo alla produzione del romano è cresciuto di 30 milioni di litri. Sono numeri importanti. Se non cerchiamo di dare un freno oggi, domani sarà troppo tardi, sarà un altro 2019, succederà il finimondo".
"Qualcuno sostiene che allevare queste razze esotiche in modo intensivo sia il futuro di questo lavoro – conclude Pizzadili –, invece abbiamo aziende ben strutturate che hanno fatto investimento molto innovativi e allevano la razza sarda tranquillamente facendo selezione. Il futuro del nostro lavoro è la buona remunerazione del prodotto e del latte, indispensabili per stimolare i giovani a intraprendere questo mestiere".
Paolo Manconi (Vicepresidente Agriexport Ozieri): “L’industria fa ostruzionismo, ma il pecorino romano va salvato”
Gli allevatori hanno presentato vari ricorsi in merito rispetto ai quali si attendono risposte dal Ministero, che dovrebbe pronunciarsi entro il mese di gennaio 2026. Paolo Manconi, vicepresidente di Agriexport Ozieri, è fiducioso sull'esito della disputa. Intervistato da Sardegna Live dichiara che "se da Roma dovessero respingere i nostri ricorsi, non solo si sminuirebbe il valore della DOP, ma si creerebbe un precedente pericoloso anche per altri settori: dalle IGP alle DOCG. Sarebbe come se non bastasse più l'uva per produrre il Chianti dei Colli Senesi e si autorizzasse l'utilizzo di uve provenienti dall'Abruzzo o dalla Basilica".
"Sono sicuro che il Ministero ci darà ragione e che l'identità del pecorino romano sarà protetta da chi, avendo visto i numeri in crescita e avendo capito l'importanza commerciale della filiera, vuole mettere le mani sul prodotto per specularci".
E se la proposta non venisse accolta? "A quel punto di sardo non rimarrebbe niente – osserva Manconi intervistato da Sardegna Live –, diventa un prodotto standardizzato. Aprendo le porte alle razze aliene, otterremmo più prodotto e già quest'anno abbiamo un notevole aumento di latte. Quindi si stanno già accumulando vecchie giacenze. Questo genera panico, il panico porta a svendere e la svendita butta giù il mercato e rompe il sistema. Ognuno è libero di allevare le razze ovine che crede, ma il latte delle altre razze sia destinato ad altri prodotti da tavolo, non alle DOP di eccellenza".
"Dispiace che oggi si parli tanto di sostenibilità e attenzione per la natura e poi viene a mancare l'unità su queste battaglie. Di questo passo finiremo per farci molto male", conclude Manconi.


