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Patriarcato, femminismo, linguaggio di genere, mascolinità tossica, violenza sulle donne: parole che portano con sè concetti e temi ampiamente diffusi nel dibattito sociale odierno, sia a livello nazionale, sia su scala globale. Nella maggior parte dei casi, quando se ne parla lo si fa in riferimento a contesti familiari, relazionali, complice l'attenzione a fenomeni di risalto contemporaneo come il tasso di occupazione femminile che vede l'Italia agli ultimi posti in Europa a causa di una divisione del lavoro in famiglia fortemente asimmetrica, o l'aumento nel nostro Paese di oltre il 15% dei femminicidi compiuti da partner o ex.
Ma il termine patriarcato descrive un sistema sociale in cui gli uomini detengono potere in maniera predominante, sia nella sfera privata della famiglia sia in quella pubblica delle decisioni per la collettività, ed è quindi un termine gravido di implicazioni che fuoriescono dalle mure domestiche.
Quali sono queste implicazioni? È la domanda che si è posta Claudia Sarritzu, giornalista e scrittrice sarda, nel suo ultimo saggio 'Il patriarcato nel nuovo ordine mondiale'.
Sarritzu vanta una lunga esperienza di collaborazione con radio e quotidiani locali, ha scritto per dieci anni su politica nazionale e internazionale per Globalist, ed è già autrice di due saggi: 'La Sardegna è un'altra cosa', un’indagine sulla crisi economica nell’Isola, e 'Parole avanti', dedicato al linguaggio di genere e ai nuovi femminismi in Italia e all’estero. Ha vinto nel 2019 il premio nazionale di saggistica “Giuditta”. Nella sua terza opera editoriale, Claudia Sarritzu esce dai confini intimi del retaggio patriarcale e con uno sguardo globale arriva a cogliere quanto il potere machista sia spesso il mandante di guerre e genocidi e di un linguaggio politico sempre più violento, anche attraverso il contributo di esperte ed esperti in vari settori accademici, giuridici, letterari, internazionalistici che l’autrice ha intervistato.
Claudia, perché hai deciso di approfondire professionalmente temi come il femminismo, il patriarcato e il linguaggio di genere?
"Quando ho iniziato a fare questa professione nel 2008 a soli 22 anni, era appena scoppiata la terribile crisi finanziaria mondiale dei mutui subprime. Si è trattato di una crisi di solvibilità e liquidità che non ha travolto solo banche e imprese, ma anche gli Stati. In quel momento storico, lo stesso in cui la mia generazione entrava nella vita adulta, si sono riscritte tantissime regole, non solo occupazionali, sociali, si sono stravolte le nostre aspettative di vita. Nulla è tornato come prima e questo non ha modificato soltanto il mondo del lavoro che è stato il primo macro tema di cui mi sono occupata per almeno sei anni consecutivi. Ho infatti seguito tutte le maggiori crisi industriali sarde e nazionali. Un accadimento che sembrava lontano ha profondamente modificato le vite di milioni di persone nel pianeta e ovviamente come tutte le crisi ha mostrato ancora di più le disuguaglianze. Per farla breve, ovviamente la prima disuguaglianza che si è rafforzata è stata quella di genere. Non è un caso che la terza ondata di femminismo è partita il 13 febbraio del 2011 nel nostro Paese con il neonato movimento di 'Se non ora quando'. Mi sono ritrovata a condurre quella manifestazione a Cagliari e lì è come se abbia unito i puntini. Intanto ho iniziato a lavorare a Globalist, un sito specializzato in politica internazionale. La condizione femminile mi era sembrata mai come prima (mi riferisco alla mia esperienza di vita) attaccata, in pericolo. Come se le retromarce culturali fossero dietro l'angolo e andassero fermate al più presto. Facciamo le giornaliste, il nostro potere, la nostra arma bianca, sono le parole, per questo ho deciso di concentrarmi sulla narrazione del femminile e su come il linguaggio soprattutto mediatico avesse un impatto enorme sulla percezione delle donne e della violenza che queste subiscono in quanto donne, sia fisica, psicologica ed economica. È stato tutto naturale. Da quel momento ho continuato a occuparmi di esteri ed economia ma non ho mai abbandonato lo studio e la battaglia su un linguaggio di genere inclusivo soprattutto sui giornali."
Attraverso la tua penna e le tue interviste analizzi il legame tra patriarcato e crisi internazionali, un patriarcato che quindi oltrepassa le mura domestiche e sconfina persino in un genocidio. Qual è secondo te, al termine di questo tuo lavoro, il filo conduttore che unisce l'ambiente privato e le istituzioni pubbliche?
"Le istituzioni pubbliche sono lo specchio delle nostre vite private, del sentire etico e morale del popolo che rappresentano. L'aggravarsi delle disuguaglianze, un capitalismo mai così tanto sfrenato, una manciata di uomini ricchissimi bianchi, cisgender, che detengono da soli un potere economico e dunque conseguentemente anche politico, senza freni e senza precedenti, ha scatenato (come è successo anche in altre epoche) una messa in discussione e una retromarcia dei diritti femminili.
Nel primo secolo avanti cristo con lo svuotamento del matrimonio cum manu dell'antica Roma le donne raggiunsero una parità di fatto nel diritto privato, acquisendo enormi libertà. Con l'Impero e la tirannia la donna ha perso quell'emancipazione e l'ha riacquisita a piccoli passi solo tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo. Ogni volta che nel mondo la prepotenza machista diventa sistema di potere consolidato e istituzionalizzato, per le donne si aprono scenari spiacevoli. Quando il potere diventa tirannia del più forte, occupazione, colonialismo di insediamento, tutti concetti che spiego nel saggio, si arriva al genocidio e i genocidi passano dall'annientamento del corpo della donna che è per forza politico visto che dà alla luce, fa proseguire la specie. La misoginia che viviamo nel privato, anche se con modalità diversissime in ogni parte del mondo, la nostra condizione subalterna anche quando abbiamo costituzioni e leggi che ci tutelano, sfociano sempre in degenerazioni ancora peggiori dentro i conflitti armati e in contesti di sterminio. Ci sono tragedie umane che vengono ignorate perché chi dovrebbe fermarle sta dentro gli Epstein files. Il più grande scandalo di pedofilia e abusi sessuali della Storia ha a molto a che fare con l'orrore a cui assistiamo ogni giorno in Asia Occidentale (ndr: l'autrice sceglie di non chiamarlo Medio Oriente perché questa dicitura è considerata di matrice coloniale ed eurocentrica)."
Come vedi la presenza delle donne ai vertici del potere oggi? Troppo poca? Troppa poca voce concessa?
"Affronto il problema non in termini quantitativi di rappresentanza femminile, ma in termini qualitativi. Le donne leader oggi esistono ed esercitano un potere reale. Ma quale potere? Qui sta il punto. Un potere patriarcale che per resistere come fa un virus con le sue mutazioni, concede per esempio a Giorgia Meloni e Ursula Von Der Leyen di rompere il tetto di cristalli ma a determinate condizioni. Ecco il libro affronta queste condizioni che tengono sotto scacco l'emancipazione femminile."
Tu sei una giornalista e scrittrice esperta di tematiche di genere e hai già parlato, in 'Parole avanti. Femminismo del 3° millennio', dell'importanza nella scelta delle parole. Credi che i media stiano sbagliando nel racconto delle sfide internazionali dal punto di vista del linguaggio? E se sì, come potrebbero correggere il modo di raccontare ciò che sta succedendo?
"All'interno di questo nuovo libro intervisto anche la sociolinguista Vera Gheno. Le chiedo in sostanza se gli ultimi 10 anni di battaglia sul linguaggio di genere sono serviti e servono ancora. Ovviamente dovrete leggere il libro per sapere cosa ha risposto. Io credo che tutte le battaglie debbano essere sempre aggiornate a seconda del momento storico che viviamo. Le sfide del 2026 non sono quelle del 2018. Oggi la narrazione del femminile non solo deve continuare a essere rispettosa nei giornali quando tratta di cronaca bianca e nera. Ma deve saperlo fare anche all'interno di un contesto di guerra. Stiamo vivendo circondate e circondati da tanti confitti e come raccontiamo quei conflitti anche attraverso le donne che li vivono sulla loro pelle fa la differenza.
Mi chiedo nel libro, per esempio, se questa continua narrazione che disprezza l'uso del velo anche quando è una scelta non sia profondamente discriminatoria e razzista, al punto da creare una classifica di donne che vanno salvate, come le ucraine che ci somigliano o le iraniane perché da anni si battono per abolire l'obbligo, e di donne verso le quali provare poca empatia, come le palestinesi che invece scelgono di usarlo come gesto politico di appartenenza a un popolo che sta subendo pulizia etnica.
Strappare il velo a chi lo vuole portare non è femminismo, ma colonialismo, anche se a farlo sono altre donne."




