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Dopo cinque anni di domande, dubbi e una battaglia che Laura Rizzi non ha mai smesso di portare avanti, arriva una prima sentenza nel caso di Silvana Gandola, la donna scomparsa nel marzo 2021 dalla spiaggia di San Silverio, ad Aglientu, e i cui resti furono ritrovati dieci mesi dopo in una zona impervia.
Ieri, la giudice del tribunale di Tempio Pausania Federica Distefano ha condannato la badante che si occupava della signora Silvana a due anni e quattro mesi per abbandono di incapace. La decisione è arrivata al termine dell’udienza dedicata alle repliche.
A raccontare a Sardegna Live quanto accaduto in aula è stata proprio Laura, figlia di Silvana: "Ieri era la giornata in cui il giudice aveva concesso le repliche agli avvocati. In realtà a replicare è stato solo il mio avvocato Maria Marras, sostituta dell’avvocato Francesco Roberto Rotella. Dalla parte avversa non ci sono state repliche. Dopodiché il giudice si è ritirato in camera di consiglio e dopo 20 minuti è arrivata la sentenza: ha condannato a due anni e quattro mesi, per abbandono di incapace, la badante".
Una decisione che, per Laura, non chiude affatto la vicenda e non restituisce ancora quelle risposte che continua a cercare sulla morte della madre. Ma rappresenta comunque qualcosa: "Loro ovviamente faranno ricorso, è indubbio. Però è una piccola, piccola soddisfazione", ci dice Laura, insistendo proprio su quel piccola.
"Non una soddisfazione per l’entità della pena ovviamente, perché due anni e quattro mesi per un’incensurata non è nulla. Ma è indicativo, perché dal mio punto di vista può essere un segnale - spiega Laura -. Un unico primo segnale dopo 5 anni che forse qualcuno ci sta credendo, sta credendo in quello che diciamo. E questo vale più di qualche altra cosa".
Laura continua periodicamente a tornare in Sardegna. Non ha mai rinunciato a cercare di ricostruire cosa sia accaduto realmente alla madre.
Verità sulla morte di Silvana Gandola. La figlia Laura non si rassegna: ecco cosa non quadra
Le ultime ore di Silvana Gandola
Silvana Gandola scomparve il 28 marzo 2021 dalla zona della spiaggia di San Silverio, ad Aglientu. Viveva in Sardegna con la donna che si occupava di lei.
Secondo il racconto della badante, quella mattina le due erano uscite di casa per una passeggiata in spiaggia. A un certo punto, però, l’anziana si sarebbe allontanata, dirigendosi verso una zona caratterizzata da fitta vegetazione.
La denuncia ai Carabinieri fu presentata dalla badante intorno alle 22 dello stesso giorno, mentre la figlia Laura venne avvisata alcune ore prima, alle 19:01, con un messaggio: “Laura appena puoi chiamami è urgente”.
Nonostante le ricerche, nell’immediato non fu trovata alcuna traccia della donna. Solo dieci mesi dopo vennero rinvenuti i resti, in un punto difficile da raggiungere. In seguito, la Procura di Tempio Pausania ha chiesto l’archiviazione del caso.
Una ricostruzione che Laura Rizzi non ha mai condiviso. “Soltanto volando sarebbe riuscita ad arrivare nel luogo del ritrovamento”, ha più volte sostenuto, evidenziando come, secondo i cacciatori che scoprirono i resti, non esistessero sentieri per raggiungere quell’area, tanto più indossando un paio di ballerine.
“All’inizio si è parlato di scomparsa – spiega oggi Laura –. Poi, col tempo, sono emersi elementi, circostanze, dettagli che avrebbero meritato, a mio avviso, maggiore attenzione e approfondimento. Eppure, ancora oggi, la sensazione è quella di una verità incompleta, di una storia rimasta sospesa, di una tragedia archiviata troppo in fretta nel silenzio e nell’indifferenza”.
Nel corso degli anni Laura si è affidata a un team di esperti, tra cui la criminologa Roberta Bruzzone, l’antropologa e odontologa forense Chantal Milani, il geoarcheologo forense Pier Matteo Barone, con il supporto constante dell’associazione Penelope Sardegna e del presidente, l’avvocato Gianfranco Piscitelli. Elementi che, a suo avviso, evidenzierebbero criticità e lacune nelle indagini.
“Quando una madre scompare in circostanze così dolorose e ciò che resta sono solo pochi segni materiali della sua esistenza, il lutto diventa qualcosa di ancora più duro: non ha un luogo preciso dove fermarsi, non ha una forma definita, non ha pace. Rimane aperto, vivo, incessante”, continua Laura.
“Vi parlo perché il tempo passato non cancelli il valore di una vita. Perché il silenzio non seppellisca anche la memoria. Perché dietro questa vicenda non ci sono solo atti, ipotesi, omissioni o ricostruzioni: c’è una madre, e c’è una figlia che da cinque anni continua a chiedere verità”.
Per Laura, la verità potrebbe essere diversa da quella finora ricostruita. “Tutti i consulenti sono d’accordo: mia madre potrebbe essere scomparsa il giorno prima perché nessuno l’ha vista su quella spiaggia, su quelle strade. C’è solo la badante che dichiara di averla portata lì. Non c’è nessuna testimonianza che confermi che mia madre sia arrivata lì, in quella spiaggia. Secondo me mia madre potrebbe essere sparita già dal sabato pomeriggio. Io ho parlato con lei sabato a pranzo e poi basta perché la governante non me l’ha più passata, o per una ragione o per l’altra. Eppure, questa donna, nelle dichiarazioni rilasciate ai carabinieri dirà ‘ci siamo incamminate, abbiamo aperto il cancello insieme, siamo andate insieme’, parla sempre al plurale. ‘Abbiamo deciso di fare una passeggiata a piedi’. Peccato, però, che nel momento in cui io telefono e chiedo di mia madre non me la passa. E poi, come può non averla vista nessuno? C’era il ragazzo che correva, la coppia…”.
“Non so se questa verità arriverà mai pienamente. Ma so che una storia come questa non dovrebbe lasciare indifferente nessuno. E so che mia madre merita molto più del silenzio. Continuerò a cercarla nella verità, nella memoria e nella giustizia che, spero, prima o poi, possa avere il coraggio di guardare davvero questa vicenda”.



