A leggere la firma in calce, "Luca", bisogna forse faticare un po' per intuire chi sia l'autore di quei biglietti. A vederlo oggi, con 84 anni sulle spalle, oltre 30 dei quali passati nelle mani della giustizia al 41-bis, Leoluca Bagarella, detto "Luchino", sembrerebbe un pensionato qualunque. Gli occhiali dalle grandi lenti fumé, quel viso così comune, così banale se non fosse per quell'aria torva che domina uno sguardo capace di sfidare per oltre 30 anni la giustizia e massacrare chiunque rappresentasse un pericolo per l'organizzazione di cui aveva sposato la causa: quella Cosa Nostra che in Salvatore Riina trovò la leadership capace di mettere in ginocchio l'Italia infiltrando i suoi uomini nelle sfere più alte dello Stato.

I PIZZINI DEL BOSS

Oggi Luchino Bagarella fa parlare ancora di sé nell'ambito di un'inchiesta portata avanti da Fanpage, che documenta come il boss di Corleone, detenuto in una cella di massima sicurezza del carcere di Bancali a Sassari, sarebbe riuscito a far uscire dall'istituto di pena alcuni biglietti manoscritti. Saluti, appelli e riferimenti ad auto di lusso vergati con una calligrafia un po' imprecisa ed elementare.

Un passamano fra detenuti avrebbe permesso ai pizzini di superare i controlli fino a raggiungere il mondo di fuori, al quale Bagarella è stato strappata il 24 giugno 1995, quando fu arrestato dalla DIA a Palermo mentre attraversava in auto via della Regione Siciliana.

IL CONTENUTO DEI PIZZINI

I pizzini intercettati da Fanpage conterrebbero principalmente saluti e frasi dal significato non meglio precisato e forse non del tutto comprensibile. "Saluti alle Maserati, alle rosse e a tutti i piccolini", si legge in uno dei frammenti resi pubblici. Nei biglietti comparirebbero inoltre appelli rivolti al ministero della Salute (secondo l'avvocato difensore Luca Cianferoni l'ergastolano "è malato da anni").

Contenuti un po' sconclusionati, forse in relazione anche all'età avanzata dell'esponente mafioso. "Buon Mattino e buon lavoro a tutti. Luca", si legge in un altro frammento. A dare forza alla tesi di Fanpage, che riconduce a Bagarella i biglietti, è quanto contenuto sul retro. Dietro uno degli appunti compare un elenco: Pasta e ceci. Tonno sott'olio. Funghi. Frutta di stagione", una lista dei prodotti che i detenuti possono consumare all'interno del carcere. Su un altro: "Sigarette 5,20 euro, tabacco, filtri 150 pezzi". E infine un dettaglio che sembrerebbe ricondurre senza dubbio alla provenienza da ambiente carcerario dei pizzini: "Firmato, La direzione".

BAGARELLA, IL BRACCIO ARMATO DI TOTÒ RIINA

Il nome di Leoluca Bagarella incarna il volto più spietato e intransigente della mafia siciliana che, guidata dai corleonesi, a cavallo fra gli anni '80 e '90 sfidò apertamente le istituzioni in un braccio di ferro di inaudita violenza. Nato a Corleone nel 1942, Bagarella non è stato soltanto un killer feroce, ma anche il perno dell'ala stragista di Cosa Nostra e il braccio destro del cognato Totò Riina.

Quarto figlio di una famiglia legata alla mafia locale, muove i suoi primi passi all'ombra del fratello maggiore Calogero, fedelissimo di Luciano Liggio. Quando Calogero rimane ucciso nella strage di viale Lazio del 1969, Leoluca si dà alla latitanza. Il legame con il vertice corleonese si salda nel 1974, quando sua sorella Ninetta sposa in segreto Totò Riina. A partire dalla seconda metà degli anni Settanta, Bagarella firma alcuni dei più gravi fatti di sangue della storia d'Italia. Nel 1977 partecipa all'assassinio del colonnello dei Carabinieri Giuseppe Russo; nel gennaio 1979 uccide a colpi di pistola il giornalista Mario Francese, colpevole di aver svelato gli affari dei Corleonesi; a luglio fredda all'interno di un bar il vice questore Boris Giuliano, capo della Squadra Mobile di Palermo che era sulle sue tracce.

Arrestato nel settembre del 1979, viene imputato nel celebre Maxiprocesso voluto da Giovanni Falcone e sconta una pena ridotta prima di tornare in libertà nel 1990. Tornato latitante nel 1992, Bagarella si inserisce nel cuore della guerra mossa da Riina contro lo Stato. È tra gli esecutori materiali della strage di Capaci, in cui perdono la vita il giudice Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti di scorta. Quando il 15 gennaio 1993 Riina viene arrestato, è proprio Bagarella a prendere le redini dell'ala dura dell'organizzazione.

In aperto disaccordo con la linea più moderata di Bernardo Provenzano, Luchino impone la prosecuzione degli attentati fuori dalla Sicilia con le bombe del 1993 a Milano, Roma e Firenze, che provocano morti, feriti e ingenti danni al patrimonio artistico. Parallelamente, ordina il rapimento del piccolo Giuseppe Di Matteo (tenuto prigioniero per 779 giorni e poi barbaramente ucciso per punire il padre collaboratore di giustizia) e avvia una catena di vendette e torture contro parenti dei pentiti e fazioni rivali.

Sua moglie, Vincenzina Marchese, condivide con lui la latitanza ma sprofonda in una grave depressione fino a togliersi la vita impiccandosi. Il suo corpo, sepolto in segreto dallo stesso Bagarella, non verrà mai ritrovato.

Il 24 giugno 1995 gli uomini della DIA lo fermano a Palermo mentre si trova a bordo di un'auto, da solo e disarmato. Da quel momento per lui si spalancano le porte del carcere duro sotto il regime del 41-bis. Tra le aule di giustizia accumula fino a un totale di 13 ergastoli per i più efferati delitti della storia repubblicana. Negli anni di detenzione non sono mancati episodi violenti, tra aggressioni a compagni di pena e ad agenti penitenziari (l'ultima nel 2021 proprio a Bancali). Oggi Leoluca Bagarella rimane uno dei simboli più tetri del corleonismo: un uomo che ha legato interamente la propria esistenza alla violenza bellica di Cosa Nostra, finendo per scontare le proprie colpe nell'isolamento del carcere a vita.