Un nuovo colpo di scena scuote il processo di appello sui fondi riservati della Segreteria di Stato vaticana, che vede come principale imputato il cardinale Angelo Becciu.

Al termine dell’udienza odierna — svoltasi dalle 9:15 alle 14 — il presidente della Corte di appello, monsignor Alejandro Arellano Cedillo, ha chiuso inaspettatamente il dibattimento, durante il quale sono intervenute per le controrepliche sia le difese sia le parti civili: l’Istituto per le Opere di Religione (Ior), la Segreteria di Stato della Santa Sede e l’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica.

Annunciando che “la Corte si riserva di deliberare” su tutte le questioni sollevate, Arellano Cedillo ha di fatto annullato l’udienza prevista per domani, aprendo ora la strada a una ordinanza che dovrà pronunciarsi su nodi giudiziari cruciali. Sul tavolo dei giudici ci sono infatti diverse richieste: dalla questione sollevata sui rescritti papali al cosiddetto caso Striano, fino alle contestazioni sulle chat e sugli omissis che coinvolgerebbero Francesca Immacolata Chaouqui, Genoveffa Ciferri, monsignor Alberto Perlasca e alcuni membri della Gendarmeria vaticana.

Una serie di questioni che potrebbe incidere in modo decisivo sull’impianto complessivo del processo e che ora la Corte dovrà valutare una per una nelle prossime ore.

La linea della difesa: processo viziato alla radice

Ampio spazio è stato dedicato oggi alle controrepliche delle difese. Tra gli altri è intervenuto l’avvocato Giuseppe Di Sera, legale di Cecilia Marogna, secondo cui “questo non si può dire che sia un giusto processo”, affermazione a cui si sono associati anche i difensori di Tommaso Di Ruzza, Renè Bruelhart e Nicola Squillace.

Nel complesso, le difese nelle scorse ore hanno messo in discussione l’intera architettura del processo di primo grado, sostenendo che sia stata costruita su basi giuridicamente fragili. Nel mirino, in particolare, i rescritti papali che avrebbero modificato le regole procedurali in corso d’opera, ritenuti incompatibili con i principi del giusto processo.

A questo si aggiungono le richieste di acquisizione degli atti del caso Striano e le contestazioni su chat e documenti oscurati, che secondo gli avvocati avrebbero compromesso il diritto alla piena conoscenza delle prove e l’equilibrio tra accusa e imputati. L’obiettivo dichiarato resta l’annullamento del processo di primo grado per vizi sostanziali.

La posizione delle parti civili: legittimità dei rescritti e impianto solido

Di segno opposto la linea delle parti civili. Tra gli interventi più articolati quello dell’avvocato Elisa Scaroina per la Segreteria di Stato, che ha sostenuto come “i rescritti del Papa hanno natura normativa, nella forma e nella sostanza, dispongono sull'ordinamento”.

“Le parole sono importanti — ha proseguito —, non abbiamo mai parlato di regime emergenziale o di scandalo, ci interessa la verità, ma ribadiamo l'esigenza di segretezza in quella fase del procedimento: una fase delicatissima, se quel rescritto fosse stato pubblicato avrebbe avuto ripercussioni su ciò su cui si stava indagando, parliamo del giorno in cui è stata presentata la denuncia dello Ior. Si parlava di vicenda che coinvolgeva l'attività finanziaria dello Stato vaticano”.

Sul caso Striano, la legale ha inoltre sottolineato che al tribunale di Roma il processo non è ancora iniziato: “Rilevo che nessuna delle persone coinvolte nelle indagini è indagata, nessuno della Gendarmeria, nessuno dell'Ufficio del promotore di giustizia”.

A rafforzare la posizione dell’accusa è intervenuto anche il promotore di giustizia Roberto Zannotti, che ha ricordato come il pubblico ministero sia parte dell’autorità giudiziaria e che “il pm è indipendente da ogni potere”. Sul procedimento italiano ha aggiunto: “Nulla ha che vedere con la questione in questo processo, quindi la richiesta (di acquisizione degli atti dell'indagine italiana, ndr.) deve essere rigettata”.

Infine l’avvocato Settimio Carmignani Caridi ha sostenuto che “il fumus che il Papa si sia sbagliato non c'è perché sono seguite dopo delle norme coerenti”, aggiungendo che “il papa ha scelto una soluzione giusta, la situazione ce l'aveva ben presente, non è stato ingannato da nessuno”. Il riferimento conclusivo del procuratore aggiunto al “Pontefice feliciter regnante” è apparso come un chiaro richiamo a Papa Leone.

Ora spetterà alla Corte valutare tutte le eccezioni sollevate e decidere se l’impianto del processo potrà reggere o se, come chiedono le difese, dovrà essere rimesso in discussione dalle fondamenta.

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